3 cose che (forse) non sai della birra belga:

  1. Quanti tipi di birra pensi che esistano in Belgio? Una decina?! Un centinaio?! Acqua, in Belgio esistono circa ottocento tipi diversi di birra.
  2. Quante birre esistono, considerando anche le edizioni limitate e le variazioni sul tema? Moltiplica il numerino di prima almeno per dieci e si arriva a circa ottomila!
  3. Quanta birra si produce in Belgio? Quasi due miliardi di litri l’anno, il 60% dei quali destinati all’esportazione Per farti un’idea, l’Italia intera ne produce circa un miliardo e mezzo e se pensate che il Belgio ha più o meno le dimensioni della Sicilia…

La bière belge: un po’ di storia

La birra in Belgio nasce verso il 1100 nelle abbazie, con l’autorizzazione della Chiesa, come alternativa all’acqua, spesso non potabile, per evitare malattie ed infezioni: si stima che in quel periodo il consumo procapite fosse di 1,5 litri al giorno. Una tradizione di cui è rimasta una piccola traccia: ancora oggi ci sono birre in Belgio che costano meno dell’acqua in bottiglia.

Successivamente, nel 1600, i frati ebbero l’ordine di diventare autosufficienti e fu così che iniziarono a produrre autonomamente la birra necessaria al proprio consumo. .. Da qui, questa tradizione ormai millenaria, così legata all’Abbazia si è mantenuta pressoché immutata. Si, perché ancora oggi , una birra per poter essere definita trappista deve essere prodotta all’interno dell’abbazia e, soprattutto, il ricavato della sua vendita può essere devoluto in beneficenza.

Al mondo esistono solo undici birre che possono essere definite trappiste, sei delle quali provengono dal Belgio e sono: AchelChimayOrvalRochefort, Westmalle  e Westvleteren.

Piccole curiosità

Dove si può bere della buona birra in Belgio?  La birra in Belgio non si beve nei pub, perlopiù inglesi o irlandesi, ma nei “bruin cafe”, che tradotto sarebbe caffè neri. Ogni città ne ha almeno un paio.

I bruin cafe spesso sono  dei locali un po’ cupi, infatti da questa caratteristica deriva il loro nome, in cui sono visibili i segni del tempo, soprattutto dell’epoca in cui era consentito fumare all’interno dei locali. Qui di norma non si mangia, fatta eccezione per eventi particolari e occasioni di festa, durante i quali vengono serviti piatti freddi come formaggi o salumi (simile al tipico aperitivo italiano).

Un’ultima curiosità legata alla birra belga ha sede a Bruges, capoluogo e maggiore città delle Fiandre Occidentali: qui lo storico birrificio De Halve Maan ha ottenuto l’autorizzazione per costruire una conduttura sotterranea che, composta da 2,9 chilometri di tubi, è in grado di rifornire i bar della città. Ed è grazie a questa serpentina nascosta che i cafe di Bruges possono spillare 100 litri di birra belga al minuto.

La considerevole produzione di birra in Belgio ha fatto sì che il Paese collezionasse con orgoglio molti record legati a tale bevanda. Il prestigio, la storia e la caleidoscopica varietà offerta dalla birra belga, sono alcuni dei motivi dell’ingresso nel novero del Patrimonio dell’Umanità. La tradizione millenaria e all’impareggiabile diversità di questa birra ha infatti portato l’UNESCO a stabilire il suo accesso nella lista rappresentativa di quanto di meglio la cultura immateriale dei popoli riesce ad esprimere.

“Si possono avere tutte le competenze tecnologiche necessarie, ma se non si hanno il gusto e il naso giusto, non si riuscirà mai a produrre una birra eccellente.”

La prima donna mastro birraio del Belgio, Rosa Merckx – Liefmans

Nelle zone Alpine di cultura tedesca, quindi l’Alto Adige, l’Austria, la Baviera, ma anche in alcune zone del Friuli Venezia Giulia, accanto alla figura di “Nikolaus”, il nostro Babbo Natale, si accosta una figura bizzarra e spaventosa: il Krampus.
Questa figura da l’avvio al periodo dell’Avvento e generalmente fa la sua comparsa la sera del 5 dicembre, il giorno prima della festa di San Nicola, accompagnandolo di casa in casa per portare i doni ai bambini.

I Krampus sono individui mezzo uomo, mezzo animale, vestiti con pelo di capra o di pecora, con una maschera da diavolo di legno e grandi campane in mano…

Ma scopriamone di più!

Woher kommt die Name “Krampus”? Wann und warum wurden sie entwickelt?

Der Name leitet sich von mittelhochdeutsch Krampen ‚Kralle‘ oder bairisch Krampn ‚etwas Lebloses, Vertrocknetes, Verblühtes oder Verdorrtes‘ ab.

Der Krampusbrauch war ursprünglich in ganz Österreich und angrenzenden Gebieten verbreitet und wurde dann in der Zeit der Inquisition verboten, da es bei Todesstrafe niemandem erlaubt war, sich als teuflische Gestalt zu verkleiden. Jedoch wurde dieser Winterbrauch in manchen schwer zugänglichen Orten weitergeführt.

Es gibt keine Quellen der Existenz der Krampus vor Ende des 16. Jahrhunderts, sie entwickelten sich seit Mitte des 17. Jahrhunderts. Die Vorläufer der heutigen Krampusse waren, unter den Namen “Teufel”, die Begleiter des Nikolausspieles: der Nikolaus prüft und beschenkt die braven Kinder, während die unartigen vom Krampus bestraft werden.

Auch solche Volksbräuche wurden häufig von kirchlicher und weltlicher Obrigkeit verboten, denn man hielt sie für unzeitgemäß und sah in ihnen Anlass für Streitigkeiten und Unmoral. Früher waren nämlich die Krampusse auch ein Element der sozialen Kontrolle. Sie rügten die Sitten der Bevölkerung, bestraften geizige Bäuerinnen und zu strenge Dienstherren.

Krampuslaufen

In vielen Dörfern und Städten im Ostalpenraum, im südlichen Bayern und der Oberpfalz, in Österreich, Teilen des Fürstentums Liechtenstein, in Ungarn, Slowenien, der Slowakei, in Tschechien, in Italien und Teilen Kroatiens gibt es noch Krampusumzüge, bei denen als Krampus Verkleidete unter lautem Lärm ihrer Glocken durch die Straßen ziehen, um Passanten zu erschrecken.

Im Vergangenheit dürften bei diesen Krampuslaufen nur die wehrfähigen, unverheirateten Männer des Dorfs teilnehmen.

Zu den größten Umzügen mit über eintausend Krampussen (2008) gehört der Krampuslauf in St. Johann im Pongau (Österreich), der jährlich am 6. Dezember stattfindet, sowie der größte Krampuslauf Österreichs in Klagenfurt.

Was trägt der Krampus?

Im Normalfall wird die Figur des Krampus durch folgende Utensilien bekleidet:

- Mantel bzw. Hosenanzug. In manchen Teilen Niederbayerns ist es üblich, dass sich der Teufel in Kartoffelsäcke kleidet.
- Holzmaske mit (echten) Ziegenbock-, Steinbock- oder Widderhörnern, heutzutage gibt es auch viele Krampusse, die eine Aluminium-, Kunststoff- oder Gummimaske tragen.
- Kuhglocken, die an einem Gürtel oder Gurt am Rücken angebracht sind.
- einem Kuhschwanz
- eine Weidenrute

Die Ausstattung ist jedoch von Ort zu Ort unterschiedlich.

Normalerweise bedecken die Krampusmasken den gesamten Kopf. Neu in Mode kommen allerdings Holzmasken, bei denen Kinn und Unterlippe frei gehalten werden. Die dadurch sichtbaren Gesichtsteile werden mit einer entsprechenden Farbe bemalt, damit die Masken realer aussehen, da der Läufer den Mund bewegen und die Zunge herausstecken kann.

 

Le metropoli arabe brulicano di bar, locali, ristorantini ecc. dove è possibile fare la prima colazione, pranzo e cena, per spese normalmente contenutissime.

Ormai ovunque nei ristoranti arabi il cliente troverà la tavola ( موائدة  mawā’idu ) apparecchiata secondo l’uso occidentale: tovaglia ( شرشف šaršaf ), tovagliolo ( فوطة  fūta ), piatto (صحن  sahn ), forchetta ( شوكة šawka ), coltello (سكين  sikkīn ) ed il bicchiere ( كأس  kā’s ). Nelle case è tuttavia ancora d’uso consumare alcuni piatti tradizionali (a base perlopiù di riso nel Mashreq o di cuscus nel Maghreb) con le mani: la pietanza viene portata a tavola sotto forma conica in un grande vassoio che viene poggiato al centro tavola, e ogni commensale si ‘’scava’’ progressivamente la proprio galleria con la mano, arrotolandosi sul palmo una polpetta (لقمة  luqma) di riso/grano intriso di carne e sugo da portarsi direttamente alla bocca. Tale operazione va fatta inderogabilmente con la mano destra (anche se si è mancini): mangiare con la sinistra verrebbe considerato molto sconvenevole.

Prima di mangiare si presenta un’altra tradizione: il padrone di casa inviterà il suo ospite a lavarsi le mani in un vassoio versandogli dell’acqua da un’apposita teiera.

La cucina araba fa un certo uso di carne di montone (adulto), cui gli occidentali non sono abituati. La carne di montone deve essere consumata calda, se viene mangiata tiepida o fredda (perché si compra un panino e si decide di andarlo a degustare seduti in giardino o in fondo alla strada), essa si ferma sullo stomaco e può costringere nel giro di poco tempo a fughe precipitose nonché al terrore di aver ingerito carne avariata o di aver contratto qualche temibile dissenteria. È per tale motivo che la شاورما (šāwarmā ) – questo il nome usato nei paesi arabi per il ‘kebab’ italiano – in Italia viene fatto esclusivamente con carne di vitello o di pollo.   La succulente شاورما  viene servita dentro mezza baguette arricchita (soprattutto nel Maghreb) con insalata, pomodori, olive, cipolla, حمص hummus (purè di ceci), patatine fritte e (a richiesta) una generosa spalmata di salsa piccante (nel Mashreq شيلي ) e/o di maionese.

Come ben sappiamo, la carne di maiale ( لحم lahm ) non viene consumata per motivi religiosi. Le altri carni offerte dalle macellerie sono il manzo (لحم بقري   lahm baqariyy ), la carne di montone sopracitata ( لحم غنمي  lahm ganamiyy ), il pollo ( دجاج  dajāj ) e in molti paesi anche il piccione (  حمام hamām, da non confondere con la parola bagno = حمّام  hammām).

L’islàm vieta l’alcol ( الخْمر  ‘il vino’), per cui nelle case di musulmani non sono normalmente previste bevande alcoliche nel corso di pasti o serate. I ristoranti e i bar frequentati dalla gente comune nel più dei casi non hanno la licenza per vendere alcolici. Nondimeno alcuni paesi arabi, come il Marocco e il Libano, sono produttori di vini apprezzati dagli intenditori, e l’Egitto e la Tunisia hanno ottime birre.

In Italia è consuetudine, quando si è invitati a cena, portare qualcosa da mangiare o da bere. Nei paesi arabi è prassi presentarsi con un vassoio di dolci comprati in pasticceria, ma, se non si è al corrente delle abitudini della famiglia da cui si reca, occorre evitare assolutamente di portare una bottiglia di vino, al rischio di creare una situazione fortemente imbarazzante.

L’ospitalità araba è proverbiale e ogni invito da parte di un arabo si risolve perlomeno nel sorseggiare insieme qualche tazza di tè. L’arabista in fiore si prepari dunque a sorbirne svariati litri anche nell’arco della stessa giornata! Nel Mashreq, in particolare, vedersi offrire del caffè al posto del tè durante un invito indica una maggiore premura da parte del padrone di casa nei confronti del suo ospite.

 

E’ nota a tutti la passione sfrenata dei Russi per la vodka, ottima soluzione per scaldarsi, viste le rigide temperature.

Ma ciò che molti non sanno è che l’altra bevanda principale è il .
Come rilevato da un’indagine del 2005, l’82% della popolazione fa un consumo quotidiano di tè, essendo fonte di minerali e altri nutrienti… e certamente più delicato e leggero della vodka!

Il consumo di tè è strettamente legato al caratteristico samovar (самова́р), un particolare bollitore di rame o di ottone, il cui uso risale al XVIII secolo. Un samovar tradizionale può avere un aspetto molto diverso a seconda dei tipi: a urna o a cratere, cilindrico, sferico, liscio, dorato o finemente cesellato.
Al suo interno corre una serpentina, che riceve calore da un braciere collegato al bollitore. 
Il samovar può essere piccolo e contenere 3 litri d’acqua, ma può raggiungere anche grandi dimensioni e arrivare a contenerne 30.

In passato il samovar non era un oggetto d’uso comune in ogni casa, ma rappresentava piuttosto un simbolo di benessere all’interno delle famiglie agiate. Era parte integrante della dote delle spose e veniva lasciato in eredità di generazione in generazione. Con il passare del tempo ha acquisito un posto imprescindibile nella tradizione russa e questo ha contribuito alla sua diffusione fra il popolo, malgrado il suo costo elevato. Il suo prezzo dipendeva dal peso: più pesante era il samovar, più costava.

In Russia il tè viene bevuto “forte” ma per chi ama sapori più dolci lo accompagna con una fetta di limone o di arancio. Il samovar occupa sempre la posizione al centro del tavolo che,a partire dagli ultimi anni, viene imbandito con  una grande varietà di dolci: torta tipica (krendel – кре́ндель), cioccolatini, panpepato, caramelle oppure miele e marmellate da spalmare sopra una fetta di pane; ad esempio il “baranka”(баранка), che è un tipo di panino dolce a forma di anello. Inoltre vengono spesso serviti i famosi blini (блины), i cosiddetti “pancake russi”, molto spessi e soffici, insaporiti da panna acida (ma anche da caviale) oppure i Pirojki (пирожки), fagottini di pasta che possono contenere vari ripieni salati, tipo formaggio, pesce, funghi.
Particolarmente interessante è il modo in cui in passato erano soliti bere il tè: veniva sorseggiato tenendo stretta tra i denti una zolletta di zucchero. Oggi lo zucchero viene servito direttamente dentro la tazza.

Di norma il tè viene bevuto dopo pranzo, insieme a dolce o frutta e specialmente alla sera come tazza ristoratrice. Se appunto si invitano ospiti apposta per il tè, questo viene accompagnato da una gran varietà di stuzzichini, come descritto sopra.

Riunirsi con gli amici e i familiari per il momento del tè rappresenta un importante aspetto sociale ed è un atto che viene considerato una vera e propria cerimonia. Il samovar crea un’atmosfera di calda intimità, dove ciascuno si può riposare, rilassare e fare due chiacchiere in tranquillità.
Ai giorni nostri dunque è ancora possibile concedersi un tè dal samovar (che si può comprare nei negozi d’antiquariato o in negozi specializzati) ma non rappresenta più l’elemento attorno al quale si riunisce regolarmente la famiglia. Nella maggior parte delle case è considerato un prezioso oggetto da collezione, una decorazione per gli interni. Fa parte di una delle antiche tradizioni russe oggi passate in disuso…ma che rimane sempre un piacere riportare in vita! Se infatti doveste essere invitati in Russia a prendere un tè, vi attende un’accoglienza gentile e squisita, lunghi racconti e forse persino canzoni.


Il samovar è
 stato spesso ricordato anche nei racconti dei più grandi scrittori russi, da Dostoevskij a Tolstoj:

Con un bicchiere pieno di tè e una zolletta di zucchero in bocca, è l’estasi”. Scrisse Aleksandr Puškin(Mosca 1799 – San Pietroburgo 1837)


Самовар есть самая необходимая русская вещь, именно во всех катастрофах и несчастьях, особенно ужасных, внезапных и эксцентрических”. Ф. Достоевский, “Подросток”

Il samovar è la cosa russa più indispensabile, in particolare in tutte le catastrofi e disgrazie, soprattutto in quelle più tremende, improvvise ed eccentriche”. F. Dostoevskij, L’adolescente

Il processo di preparazione del tè è particolare: sopra al samovar viene posta una teiera, denominata “ciainik” (чайник) dove viene preparato lo zavarka (заварка), un infuso molto concentrato(consiste nell’aggiunta di numerose foglie di tè in acqua bollente con un’infusione di 9-10 minuti). In seguito viene diluito con il kipjatok (кипяток), l’acqua bollente contenuta nel samovar. Al momento di servire, viene versato in tazze o in bicchieri in vetro dai manici d’argento, detti “podstakanniki” (подстака́нники). I tipi di tè utilizzati sono vari: da quello inglese che se lasciato diverse ore a riposo, diventa molto amaro, al Caravan russo, una miscela di tè neri indiani, dal sapore leggermente affumicato, oppure ad una specie di tè nero cinese, come il Keemun, accoppiato ad un tè fruttato.
Una volta funzionavano a carbone ora sono elettrici e al suo interno non si mette mai il tè Ovviamente, negli ultimi anni si è visto il diffondersi anche di samovar elettrici, che però mantengono l’aspetto tradizionale.

Curiosità

  • Attualmente i samovar più preziosi sono quelli prodotti all’inizio del secolo scorso, nelle officine Fabergé, che usavano come materie prime argento e foglia d’oro e adottavano originali tecniche di produzione.
  • Tula è il più importante centro per la realizzazione di samovar e si trova a sud di Mosca. Nel 1922 fu prodotto un samovar della capacità di 250 litri e del peso di un quintale. Il gigantesco oggetto fu donato al Presidente del Presidio del Soviet Supremo M. Kalinin. L’acqua impiegava 40 minuti a bollire e rimaneva calda per due giorni. All’epoca si trattava del samovar più grande del mondo. Oggi il samovar più grande del mondo si trova in Ucraina: pesa più di 3 quintali, è alto 1 m e 80 cm e la sua capacità e di 360 litri. Il samovar è in uso nella stazione ferroviaria di Char’kov e può servire fino a 10.000 persone al giorno.
  • Il più piccolo samovar del mondo è il “micro-samovar” alto 3,5 mm fabbricato dal fabbro V. Vasjurenko dell’Istituto della Radiotecnica ed Elettronica dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. È ideato per portare a ebollizione una sola goccia d’acqua. Tuttavia il record assoluto appartiene al “Mancino russo”, il maestro della micro-miniatura Nikolaj Aldunin. Il suo samovar è alto solo 1,2 mm! È fatto in oro ed è composto da ben 12 parti.
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GION MATSURI

lug 26

Si è concluso da poco uno degli eventi chiave del Gion Matsuri (祇園祭), uno dei festival più celebri del Giappone,  che ogni anno si celebra a Kyōto(京都市, Kyōtoshi)durante il mese di luglio.

Durante le due sfilate del 17 e del 24 luglio, vengono presentati i carri chiamati Yamaboko o Yamahoko (山鉾). Il nome deriva dall’unione del carattere yama 山 (montagna) e del carattere hoko 鉾 (lancia), nomi dei due tipi di carro presenti. I 9 carri Hoko, che come dice il nome simboleggiano le lance che Urabe Hiramaru utilizzò contro gli spiriti maligni per scacciarli, sono i più grandi e trasportano i musicanti che durante la processione accompagnano con il konchikichin (コンチキチン), un tipo di musica tradizionale antica. I 23 carri Yama, invece, sono più piccoli e trasportano rappresentazioni a grandezza naturale di personaggi importanti e famosi.

Il Gion Matsuri ebbe origine nell’anno 869, quando l’imperatore Seiwa (清和天皇, Seiwa Tenno) decise di tenere il primo goryōe (御霊会), un rito purificatore, per bloccare la diffusione di un’epidemia. Nonostante il contagio tra la popolazione fosse conseguenza della scarsa igiene all’interno della città e la facile contaminazione delle acque, lo scoppio dell’epidemia venne attribuito all’azione di spiriti malvagi. Venne perciò invocato il divino Gozu Tennō (牛頭天王), conosciuto anche con il nome di Susanoo-no-Mikoto(スサノオノミコト), signore del mondo dei morti, dio del mare e delle tempeste. Inoltre, Urabe Hiramaru fece preparare 66 lance, una per ogni provincia del Giappone, e le fece erigere all’interno del giardino Shinsen-en (神泉苑) insieme ai palanchini divini (神輿, Mikoshi) portati dal santuario Yasaka (八坂神社 , Yasaka Jinja).

Nel secolo successivo venne poi stabilito come rito annuale e inizio ad arricchirsi grazie anche al ceto mercantile, che investì nella costruzione di Yamaboko sempre più sofisticati.

 

Si dà inizio al Gion Matsuri il primo luglio con il Kippuiri (吉符入), durante il quale tutti i responsabili si incontrano per pregare affinché il festival vada per il meglio. Il giorno successivo, poi, il sindaco di Kyōto presiede al Kujitorishiki (くじ取り式), durante il quale si decide l’ordine in cui dovranno sfilare i carri, mantenendo però il Naginataboko (薙刀鉾) al primo posto.

I palanchini divini (神輿, Mikoshi) vengono iniziati a preparare il 10 luglio. Nello stesso giorno, inoltre, vengono calati dei secchi dal ponte Shijō (四条) per prendere acqua dal fiume sacro durante una cerimonia chiamata Shinyōsui kyoharai (神用水清祓式), seguita poi da una sfilata. In serata poi i Mikoshi (神輿) vengono lavati per essere purificati con il Mikoshi-arai (神輿洗式; letteralmente “lavaggio dei Mikoshi”).

Dal 10 al 13 luglio è possibile anche girare per le vie della città e osservare come i carri prendono pian piano forma.

Sempre il 13 luglio, il bambino scelto tra i figli di ricchi mercanti di Kyōto per rappresentare la divinità chiamato Chigo (稚児) va al tempio dopo settimane di purificazione durante le quali non può nemmeno toccare terra. Viene accompagnato da altri due bambini, i Kuze komagata chigo (久世駒形稚児), che controlleranno lo Shinkō-sai (神幸祭) e il Kankō-sai (還幸祭), cioè l’uscita e l’entrata dei Mikoshi (神輿) dal santuario.

Le parate si avvicinano e nei tre giorni che le precedono, chiamati Yoiyoiyoiyama (宵々々山, 14 e 21 luglio), Yoiyoiyama (宵々山, 15 e 22 luglio) e Yoiyama (宵山, 16 e 23 luglio) durante i quali le strade vengono chiuse nel pomeriggio e durante la serata ed è possibile camminare tra bancarelle di cibo tipico (yakitori 焼き鳥, taiyaki 鯛焼き, takoyaki 蛸焼, okonomiyaki お好み焼きe molto altro) e gente del luogo in costumi tipici o con il tradizionale kimono estivo (浴衣, Yukata). Molte famiglie aprono anche le finestre delle proprie case mostrando preziosi cimeli  di famiglia, come i Paraventi da cui questo periodo prende il nome Byōbu Matsuri (屏風祭, Festa dei Paraventi).

Tra riti di purificazione, momenti di preghiera e spettacoli di musica e danze per la città, si raggiunge finalmente il momento del Yamaboko Junkō (山鉾巡行) il 17 luglio. In testa alla parata c’è il carro Naginataboko (薙刀鉾) con il Chigo (稚児) in abiti tradizionali e con un prezioso copricapo dorato dalla forma ispirata a una fenice. Quando il bambino taglia con un solo colpo la corda sacra di paglia, finalmente la sfilata dei carri può avere inizio. Più tardi, nel pomeriggio, i Mikoshi (神輿) lasciano il santuario (Shinkō-sai 神幸祭) e vengono portati in processione (Mikoshi togyo 神輿渡御).

La seconda parata di carri, chiamata Hanagasa Junkō (花傘巡行), sarà poi il 24 luglio. I carri che sfilano sono questa volta più piccoli e vengono coperti con parasole addobbati di fiori (花, Hana). A seguire i carri, però, non ci sono solo musicisti e danzatori, ma anche i bambini Chigo (稚児), che finalmente possono toccare terra, e alcune geishe (芸者) e maiko (舞妓). La serata si conclude con il rientro dei Mikoshi (神輿), il Kankō-sai (還幸祭).

Infine, il 28 luglio, dopo un secondo Mikoshi-arai (神輿洗式) si conclude ufficialmente il festival con un rito chiamato Nagoshisai (夏越祭), alla fine del quale si possono prendere amuleti contro la sfortuna.

Se già avevate voglia di andare in Giappone, perché non approfittare e visitare la bellissima città di Kyōto proprio durante uno dei suoi festival più noti? Sicuramente ce n’è per tutti i gusti, anche in fatto di cibo.

 

 

 

Receita

Pão de queijo

 

O pão de queijo é uma receita muito saborosa e se você precisa de uma receita light, esta não é a melhor receita para você. Esta tipologia de pão vem do Brasil e a sua preparação é ideal para aquelas pessoas que não têm muito tempo livre, porque para a sua preparação precisa só de 30 minutos (no maxímo 40). Eu acho que esta receita é perfeita para um aperitivo com os amigos ou como lanche durante os dias abafados brasileiros e, na maioria dos casos, nunca poderia ficar mal porque é muito gostosa. Eu aconselho de comer este pão com doce mas é ótimo mesmo sozinho, mas com um acompanhamento fica ainda mais delicioso.

Agora vamos ver a receita.

 

Ingredientes

 

- 500ml de leite

- 500ml de água

- 1 copo de requeijão de óleo

- 1 colher de sobremesa de sal

- 1kg de polvilho doce

- 450g de queijo parmesão ralado

- 3 ovos

 

Modo de preparo

1. Leve ao lume o leite, a água, o óleo e o sal até ferver,

2. Após ferver, pegue a mistura e vai jogando aos poucos em cima do polvilho mexendo a massa com uma colher de pau,

3. Deixe esfriar,

4. Amasse a massa e vá adicionando aos poucos o queijo e os ovos até ficar numa consistência boa para enrolar,

5. Dica: o segredo de um pão de queijo bom está no tempo de amassar, quando mais amassado, melhor o sabor,

6. Essa massa não deve ficar mole, fica no ponto para enrolar, sem precisar untar as mãos com manteiga,

7. Faça as bolinhas e leve ao forno até começar a dourar, mais ou menos 30 minutos.

 

Preparo: 30 minudos

Rendimento:  100 porções

 

IN VISTA DEL WEEKEND  A LISBONA CON I NOSTRI STUDENTI, QUALE MODO MIGLIORE PER ENTRARE NEL MOOD PORTOGHESE SE NON PARLARVI DEL “FADO”?

 

O Fado é um estilo musical típico de Portugal.

Tomam parte nas diversões do fado só um cantor (ou uma cantora) que é acompanhado por uma guitarra clássica, (chamada viola no meio dos fadistas) e uma guitarra portuguesa.

A palavra “fado” tem a sua origem no latím “fatum”- destino – que deu origem também a muita expressões do folclore português.

A lenda conta que a origem do fado é remetida para os cânticos dolentes e melancólicos dos Mouros que permaneceram na cidade de Lisboa depois da reconquista dos Cristãos.

Porém esta explicação sería errada: os primeiros registos do Fado são do inicio do século XIX. Assim que a verdadeira origem desse canto é a xícara tradicional espanhola e a canção das gestas.

Com o passar do tempo, em 1840, era tradição que o fado fosse cantado especialmente pelos marinheiros na proa dos navios, como tal, um dos fados mais antigos è o “Fado do Marinheiro”:

 

“Perdido lá no mar alto
Um pobre navio andava;
Já sem bolacha e sem rumo
A fome a todos matava.


Deitaram a todos as sortes
A ver qual d’eles havia
Ser pelos outros matado
P´ró jantar daquele dia


Caiu a sorte maldita
No melhor moço que havia;
Ai como o triste chorava
Rezando à Virgem Maria.


Mas de repente o gageiro,
Vendo terra pela prôa,
Grita alegre pela gávea:
Terras , terras de Lisboa.”

 

Mais tarde, na era do esplendor do cinema, do teatro e da rádio, nos anos 30 e 40, o Fado alcança a sua maior difusão. Os fadistas tornam-se artistas reconhecidos e as canções são mais comerciais, surgem as Casas de Fado que, durante pouco tempo, vão ser um entretenimento popular das noites dos portugueses e uma atração turística muito forte.

O fadista canta o sofrimento, a saudade de tempos passados, a saudade dum amor perdido, a tragédia, a desgraça, a sina e o destino, a dor, amor e ciúme, a noite, as sombras, os amores, a cidade, as misérias da vida, a critica da sociedade, em contraste com o conteúdo melancólico, o compasso do fado transmite um humor animador e possivelmente este contraste contribui à fascinação do fado. De fato a palavra “saudade” é a mais utilizada nos textos.

Há fadistas que têm fama mundial e que têm muitíssimos aficionados, especialmente mulheres. Uma lenda do fado é a Amália Rodrigues (1920 – 1999) atriz e cantora, chamada também “a voz de Portugal”. Uma fadista mais atual, quer nas músicas quer nos textos, é a Mariza dos Reis Nunes, nacida em 1973 em Moçambique, quando este país ainda era uma colónia portuguesa.

Per combattere il freddo di questo periodo, ecco un’alternativa bretone/normanna al vin brulé. Il sidro permette di mantenere una gradazione alcolica più leggera senza dover sfiammare la preparazione; se invece si vuole un preparato più carico, a cottura finita si può aggiungere del Calvados (tipica grappa di mele/pere) o altri superalcolici.

 

Ingrédients :

 

•          75cl de cidre brut

•          1 orange

•          2 cuillères à soupe de sucre roux

•          1 bâton de cannelle

•          2 clous de girofle

 

Préparation :

 

Laver l’orange et la couper en rondelle (en conservant l’écorce).

Faire chauffer le cidre à feu doux avec le bâton de cannelle, les rondelles d’orange, le sucre roux et les clous de girofle. Ajouter d’autres épices selon le gout. Laisser chauffer jusqu’au frémissement de la préparation.

Laisser mijoter à feu très doux pendant 10 minutes.

Ajouter éventuellement du Calvados ou de l’eau de vie ou du rhum.

Servir chaud.

 

Se invece si vuole un aperitivo fresco, sempre partendo dal sidro secco, si può preparare il kir breton. Basta mescolare il sidro con un liquore alla frutta, normalmente ai frutti di bosco (quello tradizionale è la crème de cassis, a base di ribes nero) in rapporto 1:7.

Il kir si può eventualmente preparare in anticipo (massimo un paio di ore, altrimenti non è più frizzante) e va servito freddissimo, ma senza ghiaccio.

L’autunno è alle porte e anche quest’anno Barcellona si prepara ad ospitare eventi, parate, fuochi d’artificio in onore della Santa patrona della città, Mare de Deu de la Mercè.
Questo grande festival si celebra ufficialmente dal 1902 e in cinque giorni dà piena espressione alle tradizioni e ai valori catalani.

Según una leyenda popular en la noche del 24 de septiembre de 1218 el rey Jaime I, san Pedro Nolasco y  san Ramón de Penyafort tuvieron simultaneamente la aparición de la Virgen. Ella les pidió que se creara una orden de monjes cuya misión era la de salvar cristianos encarcelados por los sarracenos durante aquellos años de guerra religiosa.
Unos siglos más tarde, en 1687, Barcelona sufrió una plaga de langostas que terminó gracias a la intercesión de la Virgen de la Mercè la que, por lo tanto, fue nombrada por el Consejo de la Ciudad patrona de Barcelona. No obstante eso, el Papa ratificó la decisión solo en 1868.
Después de que el Papa Pío IX declarase a la Virgen de la Mercè patrona de la ciudad, Barcelona empezó a celebrar sus fiestas en septiembre. Fue en el año 1902 bajo el impulso de Francesc Cambó que la Fiesta Mayor de la  Mercè se convirtió en modelo de las que aún hoy tienen lugar en toda Cataluña.
Con el paso de los años La Mercè alcanzó el carácter de fiesta auténticamente popular gracias a la colaboración de entidades de toda la ciudad. Hoy es un festival multitudinario, que a lo largo de una semana y en distintos espacios públicos de Barcelona, congrega hasta dos millones de personas con motivo de numerosas y variadas actividades culturales, artísticas y festivas.

Si tendrás la oportunidad de participar a este evento podrás elegir entre miles de propuestas: circo, espectáculos itinerantes, artes de calle, pasacalles, conciertos, bailes tradicionales.
Entre los espectáculos destaca el correfoc: un desfile en el que personas disfrazadas de demonios  van por las calles corriendo, bailando y saltando entre fuegos artificiales.
Y por si fuera poco, hacen serpentear sus bastones encendidos por el aire en teatrales coreográfias acompañados de una banda de flautistas y tamborileros que marcan el ritmo intenso de la música.
Además, todos los espectadores que se sienten lo suficientemente valientes, pueden unirse al baile en llamas. La clave reside en llevar ropa de algodón y cubrir las partes del cuerpo que no se quieren quemar. Observa a los residentes para aprender a unirte al correfoc en el momento apropiado. ¡Ah! No te olvides: si has usado laca para el pelo, entonces te recomiendo que no te acerques mucho al fuego… ;)

Oggi la patata è molto conosciuta, in Russia è uno degli ingredienti principali di molti piatti e viene mangiata in tutti i modi possibili, le hanno anche dedicato un monumento ed un festival.

Ma andiamo alle sue origini; è sempre stata così popolare?

Da quello che ci racconta la storia, sembra proprio di no: i cittadini in Russia preferivano morire di fame piuttosto che mangiare il “frutto del diavolo”!

La diffusione della patata inizia con Петр I (Pietro I ), che prova, anche se senza successo, a farla coltivare. Dopo la sua morte, con la salita al trono di Екатеринa I (caterina I), il progetto viene portato avanti con lo stesso insuccesso; i contadini russi si rifiutavano di mangiare qualsiasi cosa proveniente da paesi “esotici” e per questo, fino alla seconda metà del XIX secolo, le patate non entrarono a far parte dell’alimentazione russa.

“Декоративный цветок, лекарство от всех болезней, яд истребляющий насекомых, средство для выведения пятен, универсальное удобрение, пищевое сырье из которого можно приготовить хлеб, крахмал, пудру”

  “Fiore da decorazione, cura contro ogni malattia, veleno per gli insetti, prodotto per rimuovere le macchie, fertilizzante universale, alimento primo con il quale si può cucinare il pane, amido, cipria”

 Ecco cosa scrivevano i giornalisti dell’epoca per invogliare i russi a coltivare le patate. Si dice che la stessa Екатеринa I le facesse servire ai suoi banchetti, dando così il buon esempio per convincere i cittadini a mangiarle. Molte persone erano comunque contrarie, affermando che, secondo una leggenda, chi avesse mangiato patate sarebbe stato punito da Dio. Questa leggenda narra di due fratelli, dei quali uno dei due doveva salire al trono, siccome il re loro padre era morto. I consiglieri decidono che deve essere Dio a scegliere tra i due e concedere la grazia; a chi dei due durante la preghiera fosse stata accesa  la lampadina dal Signore, sarebbe starebbe stata data la corona. Tra i due fratelli viene incoronato il minore, mentre l’altro si trasferisce in Grecia dove diventa uno stregone. Alla morte del maggiore, il re decide di andare a far visita alla sua tomba dove trova una pianta sconosciuta dai frutti mai visti (le patate). Con i consiglieri decide di assaggiare il frutto e sembrandogli buono, lo importa nel proprio paese. Subito Dio si accorge del fatto e manda un angelo ad avvertire il vescovo e la popolazione riguardo le patate;

“скажи ты, епископ, православным християнам, чтобы они картофель не садили и не ели. А кто ел, тот да покается и получит оставление грехов; кто же не покается, тот не внидет в царствие Божие“

“Di’ tu, vescovo, ai cristiani ortodossi di non coltivare, né’ mangiare le patate ed a chi ha mangiato, di pentirsi e ricevere il perdono; chi non si pente non entrerà nel regno di Dio”