Se vuoi fare un viaggio lontano lontano e non hai ancora deciso dove andare, ecco per te una destinazione da sogno: Costa Rica. Il nome le fu dato da Cristoforo Colombo, pensando che fosse ricca di oro, ma poi fu scoperto il contrario. Tuttavia il nome è rimasto.

Il clima

Situata nell’America Centrale , le sue coste sono bagnate dall’ Oceano Pacifico e da quello Atlantico. Essendo piccola, si potrebbe vedere il sole sorgere sul Oceano Atlantico e tramontare sul Pacifico. La durata delle giornate è sempre la stessa, indipendentemente dalla stagione. Il sole sorge verso le 5:30 e tramonta verso le 17:30. Ha solamente due stagioni  ‘’la temporada lluviosa’’  e  ‘’la temporada seca’’.  La  prima dura da maggio a novembre, ed è caratterizzata da tante piogge, la seconda dura da dicembre ad aprile ed ha pochissime piogge. La temperatura varia dai  21 ai 27 ° C, quindi quasi mai è freddo, a meno che non si vada nelle montagne, dove la temperatura può arrivare a 2°C. (Famoso tra gli abitanti è il ‘’Cerro de la muerte’’, formato dalle montagne più alte della Costa Rica. Oramai il posto è diventato un percorso famoso tra i turisti, ma in passato non godeva di buona fama, perché molti morivano per il clima freddo, non essendo abituati a tali temperature).

La biodiversità

Il paese contiene tantissima biodiversità, tanto che 50% del suo territorio è verde e 25% del territorio è protetto. 10% di tutte le farfalle del mondo si trovano in questo piccolo pezzo di terra e ci sono anche tantissimi tipi di colibrì. I posti da visitare sono tanti: Isola del Coco (verdissima e abitata da tantissimi animali, è anche famosa per essere stata usata nella prima scena di Jurassic Park), Bahía Ballena (dove si possono ammirare le balene) ,il Parco Manuel Antonio (con iguane, bradipi e varie scimmie che ti faranno di tutto purché tu gli dia da mangiare. Attenzione alle borse, perché sono delle abili ladre) .

Pura Vida

Otra cosa que atrae a los turistas es que Costa Rica es Pura Vida. ¿Qué significa? Pura vida es una frase que puede significar muchas cosas; hola, adiós, de nada, gracias, todo bien, ecc. El país es uno de los más felices del mundo y una de sus penínsulas es una BlueZone. Eso significa que muchos de sus habitantes viven más de cien años. ¡Eso sí es pura vida!

Il cibo

Nella quotidianità costaricana una cosa è indispensabile: il caffè, che qui si chiama ‘’chorreado’’, gocciolato. El café molido se pone en un filtro de tela, sobre ese filtro se echa agua caliente, que gotea directamente en la taza.

Otra cosa que no puede faltar son los frijoles (negros o rojos). Esos se usan para dos de los platos más tipicos del país; el Gallo pinto y el Casado. El primero es el tipico desayuno, tiene arroz y frijoles mezclados, natilla, plátanos y carne, pescado, queso o huevos. Todo se sirve en un único plato. El casado, en cambio, es un plato típico del almuerzo y tiene arroz blanco acompañado por frijoles, ensalada y carne o pescado.

 

Si he logrado convencerte a viajar a Costa Rica, recuerda que Google Maps allá no funciona, ya que las calles no tienen nombres, es más seguro preguntar a la gente por dónde ir. ¡Feliz viaje y pura vida a todos!

 IN GIRO PER CÓRDOBA: TRA FIORI E MERAVIGLIE DELLA CITTÀ

Nel mese di maggio la città di Córdoba si veste di mille colori e i suoi vicoli sono invasi da un profumo inebriante: ha inizio il Festival de los Patios, un vero e proprio concorso in cui gli abitanti abbelliscono di fiori i cortili interni delle proprie case e aprono le porte a chiunque voglia assistere a questo spettacolo floreale. Vasetti azzurri su muri bianchi con rose, gerani e primule si fondono con l’architettura islamica tipica di questa città andalusa, aggiungendo una nota variopinta a uno splendido scenario arabeggiante. Se state già pensando a un viaggio nel periodo primaverile non potete di certo lasciarvi scappare questo evento incredibile!

Historia de los patios y del festival

El patio es el jardín interior de las viviendas  que representa el centro de la vida cotidiana y el lugar de encuentro entre los cordobeses. La estructura del patio cordobés tradicional se forjó con la llegada de los árabes. De hecho, las casas islámicas estaban orientadas hacia jardines interiores decorados con azulejos y fuentes.

En las etapas barroca y neoclásica la estructura del patio evolucionó: se introdujeron galerías cegadas y macetas para recoger las flores. También el Romanticismo constituyó un momento fundamental en la tradición de los patios cordobeses, ya que a la componente clásica se juntaron influencias orientales que todavía emergen en los patios modernos.

El siglo XX fue una etapa de innovación por lo que concierne a la tradición de los patios: en 1921, el ayuntamiento de Córdoba introdujo el festival que, en un principio, no tuvo éxito. A lo largo del siglo aumentaron los premios en dinero y, además, se empezaron a considerar la decoración y la arquitectura de los patios para elegir el ganador. En 2012 el festival fue proclamado bien inmaterial por la Unesco.

El encanto de Córdoba

Perderse entre los callejos bordeados de buganvillas es la mejor manera para descubrir las joyas de esta ciudad encantadora y elegir el recorrido para visitar los patios. Las viviendas que participan al concurso se distribuyen por  todos los barrios del centro.  Podéis empezar vuestra visita por el norte de la ciudad con los patios del barrio de San Lorenzo y de Santa Marina, hasta llegar a la zona turística del Alcázar o del barrio de la Judería. En los barrios del norte podéis visitar también los magníficos jardines del Palacio de Viara, mientras que, una vez llegados al barrio de la Judería, podéis optar por visitar la Mezquita, una verdadera preciosidad andaluza: sus arcos islámicos conviven con la arquitectura cristiana creando un verdadero punto de encuentro entre religiones diferentes.

Siguendo el recorrido en el barrio de la Judería no os podéis perder algunas de las calles emblemáticas de esta ciudad. La primera es el callejo de las Flores, flanquedo por paredes blancas decoradas con macetas. Si al entrar en esta calle levantáis la mirada hacia la salida podréis observar el alminar que se eleva a lo lejos entre los tejados y cabe perfectamente dentro de este callejo. Vale la pena ver también el callejo del Pañuelo, un callejón estrecho y silencioso donde solo se oye el ruido de una fuente que aparece en el fondo de esto. No podéis dejar esta zona sin dar un paseo por la plaza de las Tendillas donde, en vez de las campanadas que marcan las horas, se escuchan los acordes de una guitarra. Por último, para ponerle la guinda a vuestro viaje, podéis comer un trozo de tortilla gigante y un salmorejo cordobés en el tradicional Bar Santos.

Nunca vais a olvidar vuestra estancia en esta ciudad encantadora que con sus maravillas y sus colores cautiva a cualquier ojo hambriento de belleza y curiosidad. Esto es cierto: Córdoba os va a enamorar.

La voglia di visitare Colmar viene scovando foto su internet delle bellissime casette dipinte in colori sgargianti di questa cittadina, in gergo tecnico case a graticcio, le maison à colombages o maison à pans de bois francesi, e Fachwerkhäuser in tedesco, tanto belle da chiedersi se esistano davvero.n realtà, arrivando a Colmar ci si imbatte prima di tutto in una enorme riproduzione, anche se di qualche metro più piccola, di niente di meno che lei, Lady Liberty, la Statua della libertà e simbolo di New York e qui, dopo un primo attimo di disorientamento, ci sovviene di essere in un altro continente. E’ così infatti che la Città di Colmar, capoluogo dell’omonima regione metropolitana, la Colmar Agglomération, celebra il suo cittadino più famoso, Frèdèric-Aughuste Bartholdi, scultore della Statua e nativo della cittadina alsaziana, a cui oggi è dedicato il museo che porta il suo nome, il Musèe Bartholdi.

Non è tuttavia solo questo primo incontro con Lady Liberty a dare a Colmar un’aria internazionale, di crocevia di culture e lingue diverse. L’Alsazia e la Lorena, Alsace et Lorraine in francese, sono infatti quelle regioni di confine che tutti noi conosciamo dai libri di storia, contese tra Germania e Francia ed appartenenti oggi a quest’ultima. È vero, la lingua ufficiale è il francese, ma ovunque, come sempre nei territori di confine, si parla anche tedesco. Per rimanere poi in ambito internazionale, non poteva mancare anche qui la Venezia locale, il quartiere de La Petite Venice, la piccola Venezia, dove al reticolo di viuzze medievali della cittadina si sovrappongono minuscoli canali arredati da pittoresche barchette e luci colorate che è difficile smettere di ammirare e di fotografare.

Se venite a Colmar non potete perdervi le famosissime Tartes Flambèes, o Elsässer Flammkuchen, un incrocio tra una crêpe e una pizza, di forma quadrata e disponibili con condimenti di ogni genere, dolci o salate. La Soï, il ristorante più piccolo di Colmar e anche quello dove si mangiano le migliori Tartes! Vi stupiranno poi i numerosi negozi di frutta secca di ogni genere e potrete gustare un bicchiere del famoso vino alsaziano sotto al mercato coperto, il Marché aux Fruits, appunto.

Il centro di Colmar poi è di una bellezza romantica travolgente. Attraversando la grande strada circolare che racchiude il cuore della città ci si immerge in un intrico di stradine medievali dove la maggior parte delle case storiche sono state ristrutturate e ridipinte in colori sgargianti, creando un’atmosfera da favola e dando al visitatore la sensazione di essere entrato in un mondo fantastico. Non solo, molti proprietari qui hanno adornato facciate e finestre con candele, stendardi, luci e sculture di ogni tipo, tanto da far sembrare la città un vero e proprio parco divertimenti a cielo aperto. Non lasciate però Colmar prima di sera, la cittadina è illuminata ad arte in ogni minimo dettaglio, dalle falde dei tetti, alle finestre, fino ai canali e ai bellissimi lampioni in stile francese e non riuscirete più a smettere di ammirarla.

Se vi servisse infine un altro buon motivo per visitare Colmar, questo potrebbe essere il villaggio poco distante di Riquewihr, conosciuto anche come “il paese della Bella e la Bestia”, cittadina che, con le sue case a graticcio e dai colori sgargianti ha ispirato i disegnatori della Disney per il villaggio del cartone animato “La Bella e la Bestia”. Come se non bastasse, il paesino è inserito nella lista dei villaggi più belli di Francia, Les Plus Beaux Villages de France. Le cittadine alsaziane diventano particolarmente suggestive nel periodo natalizio, quando le luminarie le trasformano in vere e proprie piccole meraviglie!

Foto: Martin Roderburg

Se state pensando a un soggiorno in Germania nel mese della famosissima Oktoberfest di Monaco, anche detta Wiesn, varrebbe forse la pena di conoscere anche altre usanze culinarie tipiche tedesche, probabilmente non altrettanto famose, per potere sfruttare al massimo la propria permanenza.

In Baviera e non infatti, oltre al tipico Wurst, servito in diverse varianti a seconda della zona, ma immancabilmente accompagnato dal Sauerkraut und Knödel o Kartoffelnpüree, i crauti e i canederli o purè di patate, il piatto che accompagna qualsiasi cena tra amici o pranzo di famiglia è la Schnitzel, la cotoletta. Quella conosciuta in tutto il mondo come Wiener Schnitzel gode in Germania di una fama tale da meritare l’organizzazione di vere e proprie Schnitzelabende, serate a tema, dove l’attrazione principale è un buffet di cotolette accompagnate da diversi condimenti.

La cotoletta, solitamente di ragguardevoli dimensioni, è sempre servita come piatto unico, con patate fritte ed una piccola insalata. L’ingrediente più importante è però la salsa che accompagna la cotoletta stessa. Raramente sentirete infatti un tedesco ordinare una semplice Wiener Schnitzel a cui corrisponde sul menu la variante senza salsa e, di conseguenza, anche la più economica.

I “gusti” più diffusi e conosciuti sono sicuramente la Jägerschnitzel e la Zigeunerschnitzel, rispettivamente “La cotoletta del cacciatore” ricoperta di una salsa ai funghi e panna, e la “cotoletta alla zingara” servita in una salsa di pomodoro con cipolla e peperoni, o ancora le variazioni con cipolle, broccoli e salsa olandese. Ad oggi è però possibile trovare sul menù di qualsiasi ristorante tedesco una lista pressoché infinita di salse e condimenti, identificati con nomi diversi accanto termine Schnitzel: la Jalapeno Schnitzel, l’immancabile Hawaii Schnitzel, combinazione perfetta tra la passione per la cotoletta e la misteriosa popolarità raggiunta in Germania dall’ unione di ananas, prosciutto cotto e formaggio fuso. Non mancano ovviamente le Schnitzel ispirate all’Italia come la Pizzaschnitzel ricoperta con una salsa di pomodoro e formaggio e cotta in forno e la Bologneseschnitzel, o ancora la Rahmschnitzel, con una salsa a base di panna e a scelta anche una salsa ai mirtilli. Ovviamente è possibile mangiare Schnitzel anche sotto uno dei tendoni dell’Oktoberfest, accompagnata da un boccale di birra.

Se avete intenzione di trascorrere qualche giorno in Germania, soprattutto ora che l’inverno si avvicina, non potrete resistere al rito pomeridiano del Kaffee und Kuchen, una buona tazza di caffè accompagnata da una fetta di torta, preferibilmente una Schwarzwälder Kirschtorte, la Torta della Foresta Nera  o una Apfelkuchen mit Sahne, la torta di mele con panna. Ciò che non può però assolutamente mancare con l’arrivo del freddo è il famosissimo e speziatissimo Glühwein, il vin brulè, o in alternativa la Glühbier, che non poteva che nascere in Germania.

Non stupitevi infine se, avendo la fortuna di trovare temperature ancora estive, vi capiterà di vedere ovunque i Grill, griglie di ogni genere e sorta, portatili e non e perfino usa e getta, per grigliare al parco, nel giardino di casa o in riva al fiume, un paio di Würste, una bistecca, Steak, e il buonissimo Grillkäse, formaggio in diversi gusti, caldo e filante. Le Grillabende o Grillparties sono una delle tradizioni della bella stagione che i tedeschi aspettano con più ansia!

 

3 cose che (forse) non sai della birra belga:

  1. Quanti tipi di birra pensi che esistano in Belgio? Una decina?! Un centinaio?! Acqua, in Belgio esistono circa ottocento tipi diversi di birra.
  2. Quante birre esistono, considerando anche le edizioni limitate e le variazioni sul tema? Moltiplica il numerino di prima almeno per dieci e si arriva a circa ottomila!
  3. Quanta birra si produce in Belgio? Quasi due miliardi di litri l’anno, il 60% dei quali destinati all’esportazione Per farti un’idea, l’Italia intera ne produce circa un miliardo e mezzo e se pensate che il Belgio ha più o meno le dimensioni della Sicilia…

La bière belge: un po’ di storia

La birra in Belgio nasce verso il 1100 nelle abbazie, con l’autorizzazione della Chiesa, come alternativa all’acqua, spesso non potabile, per evitare malattie ed infezioni: si stima che in quel periodo il consumo procapite fosse di 1,5 litri al giorno. Una tradizione di cui è rimasta una piccola traccia: ancora oggi ci sono birre in Belgio che costano meno dell’acqua in bottiglia.

Successivamente, nel 1600, i frati ebbero l’ordine di diventare autosufficienti e fu così che iniziarono a produrre autonomamente la birra necessaria al proprio consumo. .. Da qui, questa tradizione ormai millenaria, così legata all’Abbazia si è mantenuta pressoché immutata. Si, perché ancora oggi , una birra per poter essere definita trappista deve essere prodotta all’interno dell’abbazia e, soprattutto, il ricavato della sua vendita può essere devoluto in beneficenza.

Al mondo esistono solo undici birre che possono essere definite trappiste, sei delle quali provengono dal Belgio e sono: AchelChimayOrvalRochefort, Westmalle  e Westvleteren.

Piccole curiosità

Dove si può bere della buona birra in Belgio?  La birra in Belgio non si beve nei pub, perlopiù inglesi o irlandesi, ma nei “bruin cafe”, che tradotto sarebbe caffè neri. Ogni città ne ha almeno un paio.

I bruin cafe spesso sono  dei locali un po’ cupi, infatti da questa caratteristica deriva il loro nome, in cui sono visibili i segni del tempo, soprattutto dell’epoca in cui era consentito fumare all’interno dei locali. Qui di norma non si mangia, fatta eccezione per eventi particolari e occasioni di festa, durante i quali vengono serviti piatti freddi come formaggi o salumi (simile al tipico aperitivo italiano).

Un’ultima curiosità legata alla birra belga ha sede a Bruges, capoluogo e maggiore città delle Fiandre Occidentali: qui lo storico birrificio De Halve Maan ha ottenuto l’autorizzazione per costruire una conduttura sotterranea che, composta da 2,9 chilometri di tubi, è in grado di rifornire i bar della città. Ed è grazie a questa serpentina nascosta che i cafe di Bruges possono spillare 100 litri di birra belga al minuto.

La considerevole produzione di birra in Belgio ha fatto sì che il Paese collezionasse con orgoglio molti record legati a tale bevanda. Il prestigio, la storia e la caleidoscopica varietà offerta dalla birra belga, sono alcuni dei motivi dell’ingresso nel novero del Patrimonio dell’Umanità. La tradizione millenaria e all’impareggiabile diversità di questa birra ha infatti portato l’UNESCO a stabilire il suo accesso nella lista rappresentativa di quanto di meglio la cultura immateriale dei popoli riesce ad esprimere.

“Si possono avere tutte le competenze tecnologiche necessarie, ma se non si hanno il gusto e il naso giusto, non si riuscirà mai a produrre una birra eccellente.”

La prima donna mastro birraio del Belgio, Rosa Merckx – Liefmans

Nelle zone Alpine di cultura tedesca, quindi l’Alto Adige, l’Austria, la Baviera, ma anche in alcune zone del Friuli Venezia Giulia, accanto alla figura di “Nikolaus”, il nostro Babbo Natale, si accosta una figura bizzarra e spaventosa: il Krampus.
Questa figura da l’avvio al periodo dell’Avvento e generalmente fa la sua comparsa la sera del 5 dicembre, il giorno prima della festa di San Nicola, accompagnandolo di casa in casa per portare i doni ai bambini.

I Krampus sono individui mezzo uomo, mezzo animale, vestiti con pelo di capra o di pecora, con una maschera da diavolo di legno e grandi campane in mano…

Ma scopriamone di più!

Woher kommt die Name “Krampus”? Wann und warum wurden sie entwickelt?

Der Name leitet sich von mittelhochdeutsch Krampen ‚Kralle‘ oder bairisch Krampn ‚etwas Lebloses, Vertrocknetes, Verblühtes oder Verdorrtes‘ ab.

Der Krampusbrauch war ursprünglich in ganz Österreich und angrenzenden Gebieten verbreitet und wurde dann in der Zeit der Inquisition verboten, da es bei Todesstrafe niemandem erlaubt war, sich als teuflische Gestalt zu verkleiden. Jedoch wurde dieser Winterbrauch in manchen schwer zugänglichen Orten weitergeführt.

Es gibt keine Quellen der Existenz der Krampus vor Ende des 16. Jahrhunderts, sie entwickelten sich seit Mitte des 17. Jahrhunderts. Die Vorläufer der heutigen Krampusse waren, unter den Namen “Teufel”, die Begleiter des Nikolausspieles: der Nikolaus prüft und beschenkt die braven Kinder, während die unartigen vom Krampus bestraft werden.

Auch solche Volksbräuche wurden häufig von kirchlicher und weltlicher Obrigkeit verboten, denn man hielt sie für unzeitgemäß und sah in ihnen Anlass für Streitigkeiten und Unmoral. Früher waren nämlich die Krampusse auch ein Element der sozialen Kontrolle. Sie rügten die Sitten der Bevölkerung, bestraften geizige Bäuerinnen und zu strenge Dienstherren.

Krampuslaufen

In vielen Dörfern und Städten im Ostalpenraum, im südlichen Bayern und der Oberpfalz, in Österreich, Teilen des Fürstentums Liechtenstein, in Ungarn, Slowenien, der Slowakei, in Tschechien, in Italien und Teilen Kroatiens gibt es noch Krampusumzüge, bei denen als Krampus Verkleidete unter lautem Lärm ihrer Glocken durch die Straßen ziehen, um Passanten zu erschrecken.

Im Vergangenheit dürften bei diesen Krampuslaufen nur die wehrfähigen, unverheirateten Männer des Dorfs teilnehmen.

Zu den größten Umzügen mit über eintausend Krampussen (2008) gehört der Krampuslauf in St. Johann im Pongau (Österreich), der jährlich am 6. Dezember stattfindet, sowie der größte Krampuslauf Österreichs in Klagenfurt.

Was trägt der Krampus?

Im Normalfall wird die Figur des Krampus durch folgende Utensilien bekleidet:

- Mantel bzw. Hosenanzug. In manchen Teilen Niederbayerns ist es üblich, dass sich der Teufel in Kartoffelsäcke kleidet.
- Holzmaske mit (echten) Ziegenbock-, Steinbock- oder Widderhörnern, heutzutage gibt es auch viele Krampusse, die eine Aluminium-, Kunststoff- oder Gummimaske tragen.
- Kuhglocken, die an einem Gürtel oder Gurt am Rücken angebracht sind.
- einem Kuhschwanz
- eine Weidenrute

Die Ausstattung ist jedoch von Ort zu Ort unterschiedlich.

Normalerweise bedecken die Krampusmasken den gesamten Kopf. Neu in Mode kommen allerdings Holzmasken, bei denen Kinn und Unterlippe frei gehalten werden. Die dadurch sichtbaren Gesichtsteile werden mit einer entsprechenden Farbe bemalt, damit die Masken realer aussehen, da der Läufer den Mund bewegen und die Zunge herausstecken kann.

 

Le metropoli arabe brulicano di bar, locali, ristorantini ecc. dove è possibile fare la prima colazione, pranzo e cena, per spese normalmente contenutissime.

Ormai ovunque nei ristoranti arabi il cliente troverà la tavola ( موائدة  mawā’idu ) apparecchiata secondo l’uso occidentale: tovaglia ( شرشف šaršaf ), tovagliolo ( فوطة  fūta ), piatto (صحن  sahn ), forchetta ( شوكة šawka ), coltello (سكين  sikkīn ) ed il bicchiere ( كأس  kā’s ). Nelle case è tuttavia ancora d’uso consumare alcuni piatti tradizionali (a base perlopiù di riso nel Mashreq o di cuscus nel Maghreb) con le mani: la pietanza viene portata a tavola sotto forma conica in un grande vassoio che viene poggiato al centro tavola, e ogni commensale si ‘’scava’’ progressivamente la proprio galleria con la mano, arrotolandosi sul palmo una polpetta (لقمة  luqma) di riso/grano intriso di carne e sugo da portarsi direttamente alla bocca. Tale operazione va fatta inderogabilmente con la mano destra (anche se si è mancini): mangiare con la sinistra verrebbe considerato molto sconvenevole.

Prima di mangiare si presenta un’altra tradizione: il padrone di casa inviterà il suo ospite a lavarsi le mani in un vassoio versandogli dell’acqua da un’apposita teiera.

La cucina araba fa un certo uso di carne di montone (adulto), cui gli occidentali non sono abituati. La carne di montone deve essere consumata calda, se viene mangiata tiepida o fredda (perché si compra un panino e si decide di andarlo a degustare seduti in giardino o in fondo alla strada), essa si ferma sullo stomaco e può costringere nel giro di poco tempo a fughe precipitose nonché al terrore di aver ingerito carne avariata o di aver contratto qualche temibile dissenteria. È per tale motivo che la شاورما (šāwarmā ) – questo il nome usato nei paesi arabi per il ‘kebab’ italiano – in Italia viene fatto esclusivamente con carne di vitello o di pollo.   La succulente شاورما  viene servita dentro mezza baguette arricchita (soprattutto nel Maghreb) con insalata, pomodori, olive, cipolla, حمص hummus (purè di ceci), patatine fritte e (a richiesta) una generosa spalmata di salsa piccante (nel Mashreq شيلي ) e/o di maionese.

Come ben sappiamo, la carne di maiale ( لحم lahm ) non viene consumata per motivi religiosi. Le altri carni offerte dalle macellerie sono il manzo (لحم بقري   lahm baqariyy ), la carne di montone sopracitata ( لحم غنمي  lahm ganamiyy ), il pollo ( دجاج  dajāj ) e in molti paesi anche il piccione (  حمام hamām, da non confondere con la parola bagno = حمّام  hammām).

L’islàm vieta l’alcol ( الخْمر  ‘il vino’), per cui nelle case di musulmani non sono normalmente previste bevande alcoliche nel corso di pasti o serate. I ristoranti e i bar frequentati dalla gente comune nel più dei casi non hanno la licenza per vendere alcolici. Nondimeno alcuni paesi arabi, come il Marocco e il Libano, sono produttori di vini apprezzati dagli intenditori, e l’Egitto e la Tunisia hanno ottime birre.

In Italia è consuetudine, quando si è invitati a cena, portare qualcosa da mangiare o da bere. Nei paesi arabi è prassi presentarsi con un vassoio di dolci comprati in pasticceria, ma, se non si è al corrente delle abitudini della famiglia da cui si reca, occorre evitare assolutamente di portare una bottiglia di vino, al rischio di creare una situazione fortemente imbarazzante.

L’ospitalità araba è proverbiale e ogni invito da parte di un arabo si risolve perlomeno nel sorseggiare insieme qualche tazza di tè. L’arabista in fiore si prepari dunque a sorbirne svariati litri anche nell’arco della stessa giornata! Nel Mashreq, in particolare, vedersi offrire del caffè al posto del tè durante un invito indica una maggiore premura da parte del padrone di casa nei confronti del suo ospite.

 

E’ nota a tutti la passione sfrenata dei Russi per la vodka, ottima soluzione per scaldarsi, viste le rigide temperature.

Ma ciò che molti non sanno è che l’altra bevanda principale è il .
Come rilevato da un’indagine del 2005, l’82% della popolazione fa un consumo quotidiano di tè, essendo fonte di minerali e altri nutrienti… e certamente più delicato e leggero della vodka!

Il consumo di tè è strettamente legato al caratteristico samovar (самова́р), un particolare bollitore di rame o di ottone, il cui uso risale al XVIII secolo. Un samovar tradizionale può avere un aspetto molto diverso a seconda dei tipi: a urna o a cratere, cilindrico, sferico, liscio, dorato o finemente cesellato.
Al suo interno corre una serpentina, che riceve calore da un braciere collegato al bollitore. 
Il samovar può essere piccolo e contenere 3 litri d’acqua, ma può raggiungere anche grandi dimensioni e arrivare a contenerne 30.

In passato il samovar non era un oggetto d’uso comune in ogni casa, ma rappresentava piuttosto un simbolo di benessere all’interno delle famiglie agiate. Era parte integrante della dote delle spose e veniva lasciato in eredità di generazione in generazione. Con il passare del tempo ha acquisito un posto imprescindibile nella tradizione russa e questo ha contribuito alla sua diffusione fra il popolo, malgrado il suo costo elevato. Il suo prezzo dipendeva dal peso: più pesante era il samovar, più costava.

In Russia il tè viene bevuto “forte” ma per chi ama sapori più dolci lo accompagna con una fetta di limone o di arancio. Il samovar occupa sempre la posizione al centro del tavolo che,a partire dagli ultimi anni, viene imbandito con  una grande varietà di dolci: torta tipica (krendel – кре́ндель), cioccolatini, panpepato, caramelle oppure miele e marmellate da spalmare sopra una fetta di pane; ad esempio il “baranka”(баранка), che è un tipo di panino dolce a forma di anello. Inoltre vengono spesso serviti i famosi blini (блины), i cosiddetti “pancake russi”, molto spessi e soffici, insaporiti da panna acida (ma anche da caviale) oppure i Pirojki (пирожки), fagottini di pasta che possono contenere vari ripieni salati, tipo formaggio, pesce, funghi.
Particolarmente interessante è il modo in cui in passato erano soliti bere il tè: veniva sorseggiato tenendo stretta tra i denti una zolletta di zucchero. Oggi lo zucchero viene servito direttamente dentro la tazza.

Di norma il tè viene bevuto dopo pranzo, insieme a dolce o frutta e specialmente alla sera come tazza ristoratrice. Se appunto si invitano ospiti apposta per il tè, questo viene accompagnato da una gran varietà di stuzzichini, come descritto sopra.

Riunirsi con gli amici e i familiari per il momento del tè rappresenta un importante aspetto sociale ed è un atto che viene considerato una vera e propria cerimonia. Il samovar crea un’atmosfera di calda intimità, dove ciascuno si può riposare, rilassare e fare due chiacchiere in tranquillità.
Ai giorni nostri dunque è ancora possibile concedersi un tè dal samovar (che si può comprare nei negozi d’antiquariato o in negozi specializzati) ma non rappresenta più l’elemento attorno al quale si riunisce regolarmente la famiglia. Nella maggior parte delle case è considerato un prezioso oggetto da collezione, una decorazione per gli interni. Fa parte di una delle antiche tradizioni russe oggi passate in disuso…ma che rimane sempre un piacere riportare in vita! Se infatti doveste essere invitati in Russia a prendere un tè, vi attende un’accoglienza gentile e squisita, lunghi racconti e forse persino canzoni.


Il samovar è
 stato spesso ricordato anche nei racconti dei più grandi scrittori russi, da Dostoevskij a Tolstoj:

Con un bicchiere pieno di tè e una zolletta di zucchero in bocca, è l’estasi”. Scrisse Aleksandr Puškin(Mosca 1799 – San Pietroburgo 1837)


Самовар есть самая необходимая русская вещь, именно во всех катастрофах и несчастьях, особенно ужасных, внезапных и эксцентрических”. Ф. Достоевский, “Подросток”

Il samovar è la cosa russa più indispensabile, in particolare in tutte le catastrofi e disgrazie, soprattutto in quelle più tremende, improvvise ed eccentriche”. F. Dostoevskij, L’adolescente

Il processo di preparazione del tè è particolare: sopra al samovar viene posta una teiera, denominata “ciainik” (чайник) dove viene preparato lo zavarka (заварка), un infuso molto concentrato(consiste nell’aggiunta di numerose foglie di tè in acqua bollente con un’infusione di 9-10 minuti). In seguito viene diluito con il kipjatok (кипяток), l’acqua bollente contenuta nel samovar. Al momento di servire, viene versato in tazze o in bicchieri in vetro dai manici d’argento, detti “podstakanniki” (подстака́нники). I tipi di tè utilizzati sono vari: da quello inglese che se lasciato diverse ore a riposo, diventa molto amaro, al Caravan russo, una miscela di tè neri indiani, dal sapore leggermente affumicato, oppure ad una specie di tè nero cinese, come il Keemun, accoppiato ad un tè fruttato.
Una volta funzionavano a carbone ora sono elettrici e al suo interno non si mette mai il tè Ovviamente, negli ultimi anni si è visto il diffondersi anche di samovar elettrici, che però mantengono l’aspetto tradizionale.

Curiosità

  • Attualmente i samovar più preziosi sono quelli prodotti all’inizio del secolo scorso, nelle officine Fabergé, che usavano come materie prime argento e foglia d’oro e adottavano originali tecniche di produzione.
  • Tula è il più importante centro per la realizzazione di samovar e si trova a sud di Mosca. Nel 1922 fu prodotto un samovar della capacità di 250 litri e del peso di un quintale. Il gigantesco oggetto fu donato al Presidente del Presidio del Soviet Supremo M. Kalinin. L’acqua impiegava 40 minuti a bollire e rimaneva calda per due giorni. All’epoca si trattava del samovar più grande del mondo. Oggi il samovar più grande del mondo si trova in Ucraina: pesa più di 3 quintali, è alto 1 m e 80 cm e la sua capacità e di 360 litri. Il samovar è in uso nella stazione ferroviaria di Char’kov e può servire fino a 10.000 persone al giorno.
  • Il più piccolo samovar del mondo è il “micro-samovar” alto 3,5 mm fabbricato dal fabbro V. Vasjurenko dell’Istituto della Radiotecnica ed Elettronica dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. È ideato per portare a ebollizione una sola goccia d’acqua. Tuttavia il record assoluto appartiene al “Mancino russo”, il maestro della micro-miniatura Nikolaj Aldunin. Il suo samovar è alto solo 1,2 mm! È fatto in oro ed è composto da ben 12 parti.
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GION MATSURI

lug 26

Si è concluso da poco uno degli eventi chiave del Gion Matsuri (祇園祭), uno dei festival più celebri del Giappone,  che ogni anno si celebra a Kyōto(京都市, Kyōtoshi)durante il mese di luglio.

Durante le due sfilate del 17 e del 24 luglio, vengono presentati i carri chiamati Yamaboko o Yamahoko (山鉾). Il nome deriva dall’unione del carattere yama 山 (montagna) e del carattere hoko 鉾 (lancia), nomi dei due tipi di carro presenti. I 9 carri Hoko, che come dice il nome simboleggiano le lance che Urabe Hiramaru utilizzò contro gli spiriti maligni per scacciarli, sono i più grandi e trasportano i musicanti che durante la processione accompagnano con il konchikichin (コンチキチン), un tipo di musica tradizionale antica. I 23 carri Yama, invece, sono più piccoli e trasportano rappresentazioni a grandezza naturale di personaggi importanti e famosi.

Il Gion Matsuri ebbe origine nell’anno 869, quando l’imperatore Seiwa (清和天皇, Seiwa Tenno) decise di tenere il primo goryōe (御霊会), un rito purificatore, per bloccare la diffusione di un’epidemia. Nonostante il contagio tra la popolazione fosse conseguenza della scarsa igiene all’interno della città e la facile contaminazione delle acque, lo scoppio dell’epidemia venne attribuito all’azione di spiriti malvagi. Venne perciò invocato il divino Gozu Tennō (牛頭天王), conosciuto anche con il nome di Susanoo-no-Mikoto(スサノオノミコト), signore del mondo dei morti, dio del mare e delle tempeste. Inoltre, Urabe Hiramaru fece preparare 66 lance, una per ogni provincia del Giappone, e le fece erigere all’interno del giardino Shinsen-en (神泉苑) insieme ai palanchini divini (神輿, Mikoshi) portati dal santuario Yasaka (八坂神社 , Yasaka Jinja).

Nel secolo successivo venne poi stabilito come rito annuale e inizio ad arricchirsi grazie anche al ceto mercantile, che investì nella costruzione di Yamaboko sempre più sofisticati.

 

Si dà inizio al Gion Matsuri il primo luglio con il Kippuiri (吉符入), durante il quale tutti i responsabili si incontrano per pregare affinché il festival vada per il meglio. Il giorno successivo, poi, il sindaco di Kyōto presiede al Kujitorishiki (くじ取り式), durante il quale si decide l’ordine in cui dovranno sfilare i carri, mantenendo però il Naginataboko (薙刀鉾) al primo posto.

I palanchini divini (神輿, Mikoshi) vengono iniziati a preparare il 10 luglio. Nello stesso giorno, inoltre, vengono calati dei secchi dal ponte Shijō (四条) per prendere acqua dal fiume sacro durante una cerimonia chiamata Shinyōsui kyoharai (神用水清祓式), seguita poi da una sfilata. In serata poi i Mikoshi (神輿) vengono lavati per essere purificati con il Mikoshi-arai (神輿洗式; letteralmente “lavaggio dei Mikoshi”).

Dal 10 al 13 luglio è possibile anche girare per le vie della città e osservare come i carri prendono pian piano forma.

Sempre il 13 luglio, il bambino scelto tra i figli di ricchi mercanti di Kyōto per rappresentare la divinità chiamato Chigo (稚児) va al tempio dopo settimane di purificazione durante le quali non può nemmeno toccare terra. Viene accompagnato da altri due bambini, i Kuze komagata chigo (久世駒形稚児), che controlleranno lo Shinkō-sai (神幸祭) e il Kankō-sai (還幸祭), cioè l’uscita e l’entrata dei Mikoshi (神輿) dal santuario.

Le parate si avvicinano e nei tre giorni che le precedono, chiamati Yoiyoiyoiyama (宵々々山, 14 e 21 luglio), Yoiyoiyama (宵々山, 15 e 22 luglio) e Yoiyama (宵山, 16 e 23 luglio) durante i quali le strade vengono chiuse nel pomeriggio e durante la serata ed è possibile camminare tra bancarelle di cibo tipico (yakitori 焼き鳥, taiyaki 鯛焼き, takoyaki 蛸焼, okonomiyaki お好み焼きe molto altro) e gente del luogo in costumi tipici o con il tradizionale kimono estivo (浴衣, Yukata). Molte famiglie aprono anche le finestre delle proprie case mostrando preziosi cimeli  di famiglia, come i Paraventi da cui questo periodo prende il nome Byōbu Matsuri (屏風祭, Festa dei Paraventi).

Tra riti di purificazione, momenti di preghiera e spettacoli di musica e danze per la città, si raggiunge finalmente il momento del Yamaboko Junkō (山鉾巡行) il 17 luglio. In testa alla parata c’è il carro Naginataboko (薙刀鉾) con il Chigo (稚児) in abiti tradizionali e con un prezioso copricapo dorato dalla forma ispirata a una fenice. Quando il bambino taglia con un solo colpo la corda sacra di paglia, finalmente la sfilata dei carri può avere inizio. Più tardi, nel pomeriggio, i Mikoshi (神輿) lasciano il santuario (Shinkō-sai 神幸祭) e vengono portati in processione (Mikoshi togyo 神輿渡御).

La seconda parata di carri, chiamata Hanagasa Junkō (花傘巡行), sarà poi il 24 luglio. I carri che sfilano sono questa volta più piccoli e vengono coperti con parasole addobbati di fiori (花, Hana). A seguire i carri, però, non ci sono solo musicisti e danzatori, ma anche i bambini Chigo (稚児), che finalmente possono toccare terra, e alcune geishe (芸者) e maiko (舞妓). La serata si conclude con il rientro dei Mikoshi (神輿), il Kankō-sai (還幸祭).

Infine, il 28 luglio, dopo un secondo Mikoshi-arai (神輿洗式) si conclude ufficialmente il festival con un rito chiamato Nagoshisai (夏越祭), alla fine del quale si possono prendere amuleti contro la sfortuna.

Se già avevate voglia di andare in Giappone, perché non approfittare e visitare la bellissima città di Kyōto proprio durante uno dei suoi festival più noti? Sicuramente ce n’è per tutti i gusti, anche in fatto di cibo.

 

 

 

Receita

Pão de queijo

 

O pão de queijo é uma receita muito saborosa e se você precisa de uma receita light, esta não é a melhor receita para você. Esta tipologia de pão vem do Brasil e a sua preparação é ideal para aquelas pessoas que não têm muito tempo livre, porque para a sua preparação precisa só de 30 minutos (no maxímo 40). Eu acho que esta receita é perfeita para um aperitivo com os amigos ou como lanche durante os dias abafados brasileiros e, na maioria dos casos, nunca poderia ficar mal porque é muito gostosa. Eu aconselho de comer este pão com doce mas é ótimo mesmo sozinho, mas com um acompanhamento fica ainda mais delicioso.

Agora vamos ver a receita.

 

Ingredientes

 

- 500ml de leite

- 500ml de água

- 1 copo de requeijão de óleo

- 1 colher de sobremesa de sal

- 1kg de polvilho doce

- 450g de queijo parmesão ralado

- 3 ovos

 

Modo de preparo

1. Leve ao lume o leite, a água, o óleo e o sal até ferver,

2. Após ferver, pegue a mistura e vai jogando aos poucos em cima do polvilho mexendo a massa com uma colher de pau,

3. Deixe esfriar,

4. Amasse a massa e vá adicionando aos poucos o queijo e os ovos até ficar numa consistência boa para enrolar,

5. Dica: o segredo de um pão de queijo bom está no tempo de amassar, quando mais amassado, melhor o sabor,

6. Essa massa não deve ficar mole, fica no ponto para enrolar, sem precisar untar as mãos com manteiga,

7. Faça as bolinhas e leve ao forno até começar a dourar, mais ou menos 30 minutos.

 

Preparo: 30 minudos

Rendimento:  100 porções