E’ nota a tutti la passione sfrenata dei Russi per la vodka, ottima soluzione per scaldarsi, viste le rigide temperature.

Ma ciò che molti non sanno è che l’altra bevanda principale è il .
Come rilevato da un’indagine del 2005, l’82% della popolazione fa un consumo quotidiano di tè, essendo fonte di minerali e altri nutrienti… e certamente più delicato e leggero della vodka!

Il consumo di tè è strettamente legato al caratteristico samovar (самова́р), un particolare bollitore di rame o di ottone, il cui uso risale al XVIII secolo. Un samovar tradizionale può avere un aspetto molto diverso a seconda dei tipi: a urna o a cratere, cilindrico, sferico, liscio, dorato o finemente cesellato.
Al suo interno corre una serpentina, che riceve calore da un braciere collegato al bollitore. 
Il samovar può essere piccolo e contenere 3 litri d’acqua, ma può raggiungere anche grandi dimensioni e arrivare a contenerne 30.

In passato il samovar non era un oggetto d’uso comune in ogni casa, ma rappresentava piuttosto un simbolo di benessere all’interno delle famiglie agiate. Era parte integrante della dote delle spose e veniva lasciato in eredità di generazione in generazione. Con il passare del tempo ha acquisito un posto imprescindibile nella tradizione russa e questo ha contribuito alla sua diffusione fra il popolo, malgrado il suo costo elevato. Il suo prezzo dipendeva dal peso: più pesante era il samovar, più costava.

In Russia il tè viene bevuto “forte” ma per chi ama sapori più dolci lo accompagna con una fetta di limone o di arancio. Il samovar occupa sempre la posizione al centro del tavolo che,a partire dagli ultimi anni, viene imbandito con  una grande varietà di dolci: torta tipica (krendel – кре́ндель), cioccolatini, panpepato, caramelle oppure miele e marmellate da spalmare sopra una fetta di pane; ad esempio il “baranka”(баранка), che è un tipo di panino dolce a forma di anello. Inoltre vengono spesso serviti i famosi blini (блины), i cosiddetti “pancake russi”, molto spessi e soffici, insaporiti da panna acida (ma anche da caviale) oppure i Pirojki (пирожки), fagottini di pasta che possono contenere vari ripieni salati, tipo formaggio, pesce, funghi.
Particolarmente interessante è il modo in cui in passato erano soliti bere il tè: veniva sorseggiato tenendo stretta tra i denti una zolletta di zucchero. Oggi lo zucchero viene servito direttamente dentro la tazza.

Di norma il tè viene bevuto dopo pranzo, insieme a dolce o frutta e specialmente alla sera come tazza ristoratrice. Se appunto si invitano ospiti apposta per il tè, questo viene accompagnato da una gran varietà di stuzzichini, come descritto sopra.

Riunirsi con gli amici e i familiari per il momento del tè rappresenta un importante aspetto sociale ed è un atto che viene considerato una vera e propria cerimonia. Il samovar crea un’atmosfera di calda intimità, dove ciascuno si può riposare, rilassare e fare due chiacchiere in tranquillità.
Ai giorni nostri dunque è ancora possibile concedersi un tè dal samovar (che si può comprare nei negozi d’antiquariato o in negozi specializzati) ma non rappresenta più l’elemento attorno al quale si riunisce regolarmente la famiglia. Nella maggior parte delle case è considerato un prezioso oggetto da collezione, una decorazione per gli interni. Fa parte di una delle antiche tradizioni russe oggi passate in disuso…ma che rimane sempre un piacere riportare in vita! Se infatti doveste essere invitati in Russia a prendere un tè, vi attende un’accoglienza gentile e squisita, lunghi racconti e forse persino canzoni.


Il samovar è
 stato spesso ricordato anche nei racconti dei più grandi scrittori russi, da Dostoevskij a Tolstoj:

Con un bicchiere pieno di tè e una zolletta di zucchero in bocca, è l’estasi”. Scrisse Aleksandr Puškin(Mosca 1799 – San Pietroburgo 1837)


Самовар есть самая необходимая русская вещь, именно во всех катастрофах и несчастьях, особенно ужасных, внезапных и эксцентрических”. Ф. Достоевский, “Подросток”

Il samovar è la cosa russa più indispensabile, in particolare in tutte le catastrofi e disgrazie, soprattutto in quelle più tremende, improvvise ed eccentriche”. F. Dostoevskij, L’adolescente

Il processo di preparazione del tè è particolare: sopra al samovar viene posta una teiera, denominata “ciainik” (чайник) dove viene preparato lo zavarka (заварка), un infuso molto concentrato(consiste nell’aggiunta di numerose foglie di tè in acqua bollente con un’infusione di 9-10 minuti). In seguito viene diluito con il kipjatok (кипяток), l’acqua bollente contenuta nel samovar. Al momento di servire, viene versato in tazze o in bicchieri in vetro dai manici d’argento, detti “podstakanniki” (подстака́нники). I tipi di tè utilizzati sono vari: da quello inglese che se lasciato diverse ore a riposo, diventa molto amaro, al Caravan russo, una miscela di tè neri indiani, dal sapore leggermente affumicato, oppure ad una specie di tè nero cinese, come il Keemun, accoppiato ad un tè fruttato.
Una volta funzionavano a carbone ora sono elettrici e al suo interno non si mette mai il tè Ovviamente, negli ultimi anni si è visto il diffondersi anche di samovar elettrici, che però mantengono l’aspetto tradizionale.

Curiosità

  • Attualmente i samovar più preziosi sono quelli prodotti all’inizio del secolo scorso, nelle officine Fabergé, che usavano come materie prime argento e foglia d’oro e adottavano originali tecniche di produzione.
  • Tula è il più importante centro per la realizzazione di samovar e si trova a sud di Mosca. Nel 1922 fu prodotto un samovar della capacità di 250 litri e del peso di un quintale. Il gigantesco oggetto fu donato al Presidente del Presidio del Soviet Supremo M. Kalinin. L’acqua impiegava 40 minuti a bollire e rimaneva calda per due giorni. All’epoca si trattava del samovar più grande del mondo. Oggi il samovar più grande del mondo si trova in Ucraina: pesa più di 3 quintali, è alto 1 m e 80 cm e la sua capacità e di 360 litri. Il samovar è in uso nella stazione ferroviaria di Char’kov e può servire fino a 10.000 persone al giorno.
  • Il più piccolo samovar del mondo è il “micro-samovar” alto 3,5 mm fabbricato dal fabbro V. Vasjurenko dell’Istituto della Radiotecnica ed Elettronica dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. È ideato per portare a ebollizione una sola goccia d’acqua. Tuttavia il record assoluto appartiene al “Mancino russo”, il maestro della micro-miniatura Nikolaj Aldunin. Il suo samovar è alto solo 1,2 mm! È fatto in oro ed è composto da ben 12 parti.
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GION MATSURI

lug 26

Si è concluso da poco uno degli eventi chiave del Gion Matsuri (祇園祭), uno dei festival più celebri del Giappone,  che ogni anno si celebra a Kyōto(京都市, Kyōtoshi)durante il mese di luglio.

Durante le due sfilate del 17 e del 24 luglio, vengono presentati i carri chiamati Yamaboko o Yamahoko (山鉾). Il nome deriva dall’unione del carattere yama 山 (montagna) e del carattere hoko 鉾 (lancia), nomi dei due tipi di carro presenti. I 9 carri Hoko, che come dice il nome simboleggiano le lance che Urabe Hiramaru utilizzò contro gli spiriti maligni per scacciarli, sono i più grandi e trasportano i musicanti che durante la processione accompagnano con il konchikichin (コンチキチン), un tipo di musica tradizionale antica. I 23 carri Yama, invece, sono più piccoli e trasportano rappresentazioni a grandezza naturale di personaggi importanti e famosi.

Il Gion Matsuri ebbe origine nell’anno 869, quando l’imperatore Seiwa (清和天皇, Seiwa Tenno) decise di tenere il primo goryōe (御霊会), un rito purificatore, per bloccare la diffusione di un’epidemia. Nonostante il contagio tra la popolazione fosse conseguenza della scarsa igiene all’interno della città e la facile contaminazione delle acque, lo scoppio dell’epidemia venne attribuito all’azione di spiriti malvagi. Venne perciò invocato il divino Gozu Tennō (牛頭天王), conosciuto anche con il nome di Susanoo-no-Mikoto(スサノオノミコト), signore del mondo dei morti, dio del mare e delle tempeste. Inoltre, Urabe Hiramaru fece preparare 66 lance, una per ogni provincia del Giappone, e le fece erigere all’interno del giardino Shinsen-en (神泉苑) insieme ai palanchini divini (神輿, Mikoshi) portati dal santuario Yasaka (八坂神社 , Yasaka Jinja).

Nel secolo successivo venne poi stabilito come rito annuale e inizio ad arricchirsi grazie anche al ceto mercantile, che investì nella costruzione di Yamaboko sempre più sofisticati.

 

Si dà inizio al Gion Matsuri il primo luglio con il Kippuiri (吉符入), durante il quale tutti i responsabili si incontrano per pregare affinché il festival vada per il meglio. Il giorno successivo, poi, il sindaco di Kyōto presiede al Kujitorishiki (くじ取り式), durante il quale si decide l’ordine in cui dovranno sfilare i carri, mantenendo però il Naginataboko (薙刀鉾) al primo posto.

I palanchini divini (神輿, Mikoshi) vengono iniziati a preparare il 10 luglio. Nello stesso giorno, inoltre, vengono calati dei secchi dal ponte Shijō (四条) per prendere acqua dal fiume sacro durante una cerimonia chiamata Shinyōsui kyoharai (神用水清祓式), seguita poi da una sfilata. In serata poi i Mikoshi (神輿) vengono lavati per essere purificati con il Mikoshi-arai (神輿洗式; letteralmente “lavaggio dei Mikoshi”).

Dal 10 al 13 luglio è possibile anche girare per le vie della città e osservare come i carri prendono pian piano forma.

Sempre il 13 luglio, il bambino scelto tra i figli di ricchi mercanti di Kyōto per rappresentare la divinità chiamato Chigo (稚児) va al tempio dopo settimane di purificazione durante le quali non può nemmeno toccare terra. Viene accompagnato da altri due bambini, i Kuze komagata chigo (久世駒形稚児), che controlleranno lo Shinkō-sai (神幸祭) e il Kankō-sai (還幸祭), cioè l’uscita e l’entrata dei Mikoshi (神輿) dal santuario.

Le parate si avvicinano e nei tre giorni che le precedono, chiamati Yoiyoiyoiyama (宵々々山, 14 e 21 luglio), Yoiyoiyama (宵々山, 15 e 22 luglio) e Yoiyama (宵山, 16 e 23 luglio) durante i quali le strade vengono chiuse nel pomeriggio e durante la serata ed è possibile camminare tra bancarelle di cibo tipico (yakitori 焼き鳥, taiyaki 鯛焼き, takoyaki 蛸焼, okonomiyaki お好み焼きe molto altro) e gente del luogo in costumi tipici o con il tradizionale kimono estivo (浴衣, Yukata). Molte famiglie aprono anche le finestre delle proprie case mostrando preziosi cimeli  di famiglia, come i Paraventi da cui questo periodo prende il nome Byōbu Matsuri (屏風祭, Festa dei Paraventi).

Tra riti di purificazione, momenti di preghiera e spettacoli di musica e danze per la città, si raggiunge finalmente il momento del Yamaboko Junkō (山鉾巡行) il 17 luglio. In testa alla parata c’è il carro Naginataboko (薙刀鉾) con il Chigo (稚児) in abiti tradizionali e con un prezioso copricapo dorato dalla forma ispirata a una fenice. Quando il bambino taglia con un solo colpo la corda sacra di paglia, finalmente la sfilata dei carri può avere inizio. Più tardi, nel pomeriggio, i Mikoshi (神輿) lasciano il santuario (Shinkō-sai 神幸祭) e vengono portati in processione (Mikoshi togyo 神輿渡御).

La seconda parata di carri, chiamata Hanagasa Junkō (花傘巡行), sarà poi il 24 luglio. I carri che sfilano sono questa volta più piccoli e vengono coperti con parasole addobbati di fiori (花, Hana). A seguire i carri, però, non ci sono solo musicisti e danzatori, ma anche i bambini Chigo (稚児), che finalmente possono toccare terra, e alcune geishe (芸者) e maiko (舞妓). La serata si conclude con il rientro dei Mikoshi (神輿), il Kankō-sai (還幸祭).

Infine, il 28 luglio, dopo un secondo Mikoshi-arai (神輿洗式) si conclude ufficialmente il festival con un rito chiamato Nagoshisai (夏越祭), alla fine del quale si possono prendere amuleti contro la sfortuna.

Se già avevate voglia di andare in Giappone, perché non approfittare e visitare la bellissima città di Kyōto proprio durante uno dei suoi festival più noti? Sicuramente ce n’è per tutti i gusti, anche in fatto di cibo.

 

 

 

Receita

Pão de queijo

 

O pão de queijo é uma receita muito saborosa e se você precisa de uma receita light, esta não é a melhor receita para você. Esta tipologia de pão vem do Brasil e a sua preparação é ideal para aquelas pessoas que não têm muito tempo livre, porque para a sua preparação precisa só de 30 minutos (no maxímo 40). Eu acho que esta receita é perfeita para um aperitivo com os amigos ou como lanche durante os dias abafados brasileiros e, na maioria dos casos, nunca poderia ficar mal porque é muito gostosa. Eu aconselho de comer este pão com doce mas é ótimo mesmo sozinho, mas com um acompanhamento fica ainda mais delicioso.

Agora vamos ver a receita.

 

Ingredientes

 

- 500ml de leite

- 500ml de água

- 1 copo de requeijão de óleo

- 1 colher de sobremesa de sal

- 1kg de polvilho doce

- 450g de queijo parmesão ralado

- 3 ovos

 

Modo de preparo

1. Leve ao lume o leite, a água, o óleo e o sal até ferver,

2. Após ferver, pegue a mistura e vai jogando aos poucos em cima do polvilho mexendo a massa com uma colher de pau,

3. Deixe esfriar,

4. Amasse a massa e vá adicionando aos poucos o queijo e os ovos até ficar numa consistência boa para enrolar,

5. Dica: o segredo de um pão de queijo bom está no tempo de amassar, quando mais amassado, melhor o sabor,

6. Essa massa não deve ficar mole, fica no ponto para enrolar, sem precisar untar as mãos com manteiga,

7. Faça as bolinhas e leve ao forno até começar a dourar, mais ou menos 30 minutos.

 

Preparo: 30 minudos

Rendimento:  100 porções

 

IN VISTA DEL WEEKEND  A LISBONA CON I NOSTRI STUDENTI, QUALE MODO MIGLIORE PER ENTRARE NEL MOOD PORTOGHESE SE NON PARLARVI DEL “FADO”?

 

O Fado é um estilo musical típico de Portugal.

Tomam parte nas diversões do fado só um cantor (ou uma cantora) que é acompanhado por uma guitarra clássica, (chamada viola no meio dos fadistas) e uma guitarra portuguesa.

A palavra “fado” tem a sua origem no latím “fatum”- destino – que deu origem também a muita expressões do folclore português.

A lenda conta que a origem do fado é remetida para os cânticos dolentes e melancólicos dos Mouros que permaneceram na cidade de Lisboa depois da reconquista dos Cristãos.

Porém esta explicação sería errada: os primeiros registos do Fado são do inicio do século XIX. Assim que a verdadeira origem desse canto é a xícara tradicional espanhola e a canção das gestas.

Com o passar do tempo, em 1840, era tradição que o fado fosse cantado especialmente pelos marinheiros na proa dos navios, como tal, um dos fados mais antigos è o “Fado do Marinheiro”:

 

“Perdido lá no mar alto
Um pobre navio andava;
Já sem bolacha e sem rumo
A fome a todos matava.


Deitaram a todos as sortes
A ver qual d’eles havia
Ser pelos outros matado
P´ró jantar daquele dia


Caiu a sorte maldita
No melhor moço que havia;
Ai como o triste chorava
Rezando à Virgem Maria.


Mas de repente o gageiro,
Vendo terra pela prôa,
Grita alegre pela gávea:
Terras , terras de Lisboa.”

 

Mais tarde, na era do esplendor do cinema, do teatro e da rádio, nos anos 30 e 40, o Fado alcança a sua maior difusão. Os fadistas tornam-se artistas reconhecidos e as canções são mais comerciais, surgem as Casas de Fado que, durante pouco tempo, vão ser um entretenimento popular das noites dos portugueses e uma atração turística muito forte.

O fadista canta o sofrimento, a saudade de tempos passados, a saudade dum amor perdido, a tragédia, a desgraça, a sina e o destino, a dor, amor e ciúme, a noite, as sombras, os amores, a cidade, as misérias da vida, a critica da sociedade, em contraste com o conteúdo melancólico, o compasso do fado transmite um humor animador e possivelmente este contraste contribui à fascinação do fado. De fato a palavra “saudade” é a mais utilizada nos textos.

Há fadistas que têm fama mundial e que têm muitíssimos aficionados, especialmente mulheres. Uma lenda do fado é a Amália Rodrigues (1920 – 1999) atriz e cantora, chamada também “a voz de Portugal”. Uma fadista mais atual, quer nas músicas quer nos textos, é a Mariza dos Reis Nunes, nacida em 1973 em Moçambique, quando este país ainda era uma colónia portuguesa.

Per combattere il freddo di questo periodo, ecco un’alternativa bretone/normanna al vin brulé. Il sidro permette di mantenere una gradazione alcolica più leggera senza dover sfiammare la preparazione; se invece si vuole un preparato più carico, a cottura finita si può aggiungere del Calvados (tipica grappa di mele/pere) o altri superalcolici.

 

Ingrédients :

 

•          75cl de cidre brut

•          1 orange

•          2 cuillères à soupe de sucre roux

•          1 bâton de cannelle

•          2 clous de girofle

 

Préparation :

 

Laver l’orange et la couper en rondelle (en conservant l’écorce).

Faire chauffer le cidre à feu doux avec le bâton de cannelle, les rondelles d’orange, le sucre roux et les clous de girofle. Ajouter d’autres épices selon le gout. Laisser chauffer jusqu’au frémissement de la préparation.

Laisser mijoter à feu très doux pendant 10 minutes.

Ajouter éventuellement du Calvados ou de l’eau de vie ou du rhum.

Servir chaud.

 

Se invece si vuole un aperitivo fresco, sempre partendo dal sidro secco, si può preparare il kir breton. Basta mescolare il sidro con un liquore alla frutta, normalmente ai frutti di bosco (quello tradizionale è la crème de cassis, a base di ribes nero) in rapporto 1:7.

Il kir si può eventualmente preparare in anticipo (massimo un paio di ore, altrimenti non è più frizzante) e va servito freddissimo, ma senza ghiaccio.

L’autunno è alle porte e anche quest’anno Barcellona si prepara ad ospitare eventi, parate, fuochi d’artificio in onore della Santa patrona della città, Mare de Deu de la Mercè.
Questo grande festival si celebra ufficialmente dal 1902 e in cinque giorni dà piena espressione alle tradizioni e ai valori catalani.

Según una leyenda popular en la noche del 24 de septiembre de 1218 el rey Jaime I, san Pedro Nolasco y  san Ramón de Penyafort tuvieron simultaneamente la aparición de la Virgen. Ella les pidió que se creara una orden de monjes cuya misión era la de salvar cristianos encarcelados por los sarracenos durante aquellos años de guerra religiosa.
Unos siglos más tarde, en 1687, Barcelona sufrió una plaga de langostas que terminó gracias a la intercesión de la Virgen de la Mercè la que, por lo tanto, fue nombrada por el Consejo de la Ciudad patrona de Barcelona. No obstante eso, el Papa ratificó la decisión solo en 1868.
Después de que el Papa Pío IX declarase a la Virgen de la Mercè patrona de la ciudad, Barcelona empezó a celebrar sus fiestas en septiembre. Fue en el año 1902 bajo el impulso de Francesc Cambó que la Fiesta Mayor de la  Mercè se convirtió en modelo de las que aún hoy tienen lugar en toda Cataluña.
Con el paso de los años La Mercè alcanzó el carácter de fiesta auténticamente popular gracias a la colaboración de entidades de toda la ciudad. Hoy es un festival multitudinario, que a lo largo de una semana y en distintos espacios públicos de Barcelona, congrega hasta dos millones de personas con motivo de numerosas y variadas actividades culturales, artísticas y festivas.

Si tendrás la oportunidad de participar a este evento podrás elegir entre miles de propuestas: circo, espectáculos itinerantes, artes de calle, pasacalles, conciertos, bailes tradicionales.
Entre los espectáculos destaca el correfoc: un desfile en el que personas disfrazadas de demonios  van por las calles corriendo, bailando y saltando entre fuegos artificiales.
Y por si fuera poco, hacen serpentear sus bastones encendidos por el aire en teatrales coreográfias acompañados de una banda de flautistas y tamborileros que marcan el ritmo intenso de la música.
Además, todos los espectadores que se sienten lo suficientemente valientes, pueden unirse al baile en llamas. La clave reside en llevar ropa de algodón y cubrir las partes del cuerpo que no se quieren quemar. Observa a los residentes para aprender a unirte al correfoc en el momento apropiado. ¡Ah! No te olvides: si has usado laca para el pelo, entonces te recomiendo que no te acerques mucho al fuego… ;)

Oggi la patata è molto conosciuta, in Russia è uno degli ingredienti principali di molti piatti e viene mangiata in tutti i modi possibili, le hanno anche dedicato un monumento ed un festival.

Ma andiamo alle sue origini; è sempre stata così popolare?

Da quello che ci racconta la storia, sembra proprio di no: i cittadini in Russia preferivano morire di fame piuttosto che mangiare il “frutto del diavolo”!

La diffusione della patata inizia con Петр I (Pietro I ), che prova, anche se senza successo, a farla coltivare. Dopo la sua morte, con la salita al trono di Екатеринa I (caterina I), il progetto viene portato avanti con lo stesso insuccesso; i contadini russi si rifiutavano di mangiare qualsiasi cosa proveniente da paesi “esotici” e per questo, fino alla seconda metà del XIX secolo, le patate non entrarono a far parte dell’alimentazione russa.

“Декоративный цветок, лекарство от всех болезней, яд истребляющий насекомых, средство для выведения пятен, универсальное удобрение, пищевое сырье из которого можно приготовить хлеб, крахмал, пудру”

  “Fiore da decorazione, cura contro ogni malattia, veleno per gli insetti, prodotto per rimuovere le macchie, fertilizzante universale, alimento primo con il quale si può cucinare il pane, amido, cipria”

 Ecco cosa scrivevano i giornalisti dell’epoca per invogliare i russi a coltivare le patate. Si dice che la stessa Екатеринa I le facesse servire ai suoi banchetti, dando così il buon esempio per convincere i cittadini a mangiarle. Molte persone erano comunque contrarie, affermando che, secondo una leggenda, chi avesse mangiato patate sarebbe stato punito da Dio. Questa leggenda narra di due fratelli, dei quali uno dei due doveva salire al trono, siccome il re loro padre era morto. I consiglieri decidono che deve essere Dio a scegliere tra i due e concedere la grazia; a chi dei due durante la preghiera fosse stata accesa  la lampadina dal Signore, sarebbe starebbe stata data la corona. Tra i due fratelli viene incoronato il minore, mentre l’altro si trasferisce in Grecia dove diventa uno stregone. Alla morte del maggiore, il re decide di andare a far visita alla sua tomba dove trova una pianta sconosciuta dai frutti mai visti (le patate). Con i consiglieri decide di assaggiare il frutto e sembrandogli buono, lo importa nel proprio paese. Subito Dio si accorge del fatto e manda un angelo ad avvertire il vescovo e la popolazione riguardo le patate;

“скажи ты, епископ, православным християнам, чтобы они картофель не садили и не ели. А кто ел, тот да покается и получит оставление грехов; кто же не покается, тот не внидет в царствие Божие“

“Di’ tu, vescovo, ai cristiani ortodossi di non coltivare, né’ mangiare le patate ed a chi ha mangiato, di pentirsi e ricevere il perdono; chi non si pente non entrerà nel regno di Dio”

 

Sfogliando le pagine di qualsiasi libro per bambini, sarà di certo capitato a tutti di imbattersi in draghi feroci, spade magiche e belle principesse alla ricerca del vero amore. Ma qual è quel personaggio che sconvolge sempre il “c’era una volta”, lasciando ogni bambino (e non) col fiato sospeso? E’ sicuramente il “cattivone” della storia.

Ed ogni cattivo che si rispetti, vive a lungo nelle paure dei bambini, a prescindere dal lieto fine della favola.

 

Che siano fiabe tradizionali, o semplici racconti proverbiali, sono gli anti-eroi che originano il leggendario e l’identità culturale di un paese.

Così in Italia, la nonna disperata si appella al cosiddetto “uomo nero” o “Babau, ed i bambini spagnoli corrono il rischio di incontrare il famigerato “Hombre del Saco”. Spostandoci invece negli Stati Uniti, è il mostruoso “Jersey devil” a turbare il sonno dei più piccoli.

 

Baba Jaga (In russo – Ба́ба Яга́)

Recandovi in vacanza nella grande Russia, e in generale nei paesi slavi, fate ben attenzione a passeggiare soli nella foresta. Soprattutto se “disubbidiente” è una delle parole che meglio descrive il vostro comportamento degli ultimi tempi.

Potreste rischiare che vi piombi addosso dal cielo l’orribile Baba Jaga!

 

“Non dalla Baba Jaga!” – disse la povera bambina – “Lo sanno tutti che mangia chiunque si avvicini alla sua casa orribile! E che pesta le ossa dei poveri malcapitati dentro quel tremendo mortaio! E che la sua casa ha zampe di gallina che corrono veloci come il vento e rincorrono chi si avvicina!… Vi prego matrigna, non mi mandate là! Sarebbe la mia fine!”

“Я сейчас спать лягу, а ты ступай, истопи баню и вымой племянницу. Да смотри, хорошенько вымой: проснусь — съем ее!”

La temibile strega ordina ai suoi aiutanti un bagno caldo per la povera bambina Anja, così che possa essere bella profumata e pronta ad essere mangiata!

 

Simile per certi aspetti alla storia di “Hänsel e Gretel”, le caratteristiche della Baba Jaga si differenziano per orridità:

alta, magra, capelli scompigliati, naso di ferro, denti e seno di pietra; munita di un mortaio con il quale schiaccia le ossa delle proprie vittime, e di una scopa di betulla di argento con la quale può spiccare il volo in ogni momento.

La sua capanna (in russo “изба“) non mira a nascondere le apparenze: sopraelevata su enormi zampe di gallina, una bocca piena di denti affilati come serratura della porta e mura coperte di teschi umani che la circondano.

 

Che brividi!

Ora che abbiamo conosciuto un  pochino la russa Baba Jaga, potremmo quasi invitare la nonnina di Hänsel e Gretel per un tè. Ma non temete: anche la Baba Jaga a volte aiuta gli eroi delle sue storie, e non sempre è cattiva con chi non se lo merita. Perciò, come direbbero in russia: “как аукнется, так и откликнется”, cioè “mal non fare, paura non avere!” 

Con l’arrivo di marzo si avvicina il Giorno di San Patrizio, la festa più importante in Irlanda, ma non solo! Il Saint Patrick’s Day è una ricorrenza sentita e festeggiata in tutto il mondo. Per l’occasione, da qualche anno si assiste ad un’iniziativa chiamata Global Greening per la quale la sera del 17 marzo molti importanti monumenti si tingono di verde, in omaggio al santo patrono.

Do you know anything about the history of this celebration?

Saint Patrick is the patron saint of Ireland. He lived during the fifth century and he had Roman-British origins. He is credited with bringing Christianity to Ireland. There are many legends concerning his life – one of them says that he drove the venomous snakes of Ireland into the sea, cursing them, which is probably an allegory for his conversion of the Irish Pagans. It is also said that he used shamrocks to explain the Holy Trinity to the Celts. For this reason, it is customary to wear green clothes and/or a shamrock on St. Patrick’s Day. He probably died on March 17, which is why the celebration is held on this particular date.

An interesting fact: the first St. Patrick’s Day parade was held by Irish soldiers in New York City, not in Ireland. In fact, the increase of Irish immigrants in the United States made the holiday a matter of cultural pride and identity, which is why today is still largely celebrated in the US by Americans of Irish ancestry.

The “wearing of the green”, the parades, dying water or beer green and drinking are just some of the traditions of this day. One peculiar custom is to “drown” the shamrock you’re wearing in the last drink of the evening. All over the world the Irish and the Irish-at-heart celebrate St. Patrick’s Day by going into pubs to party and to sing Irish drinking songs. If you’re interested, you can check out this playlist at https://www.youtube.com/watch?v=IpOoPQ6JmbM&list=PL2B0CFAB8BDB6AF3E

Here’s a yummy Irish-themed recipe – the Guinness Cupcakes!

Black Velvet Baby Cakes

  • 100g softened butter , plus extra for greasing
  • 175g light brown soft sugar
  • 1 egg
  • 100g self-raising flour
  • 50g ground almonds
  • 1/2 tsp bicarbonate of soda
  • 5 tbsp cocoa , plus a little extra for decorating
  • 150ml Guinness
  • 200ml double cream
  • 25g icing sugar
  • splash of Champagne (optional)

Instructions

  1. Heat oven to 180C/160C fan/gas 4. Grease and line the bases of 6 dariole moulds with baking parchment. Put the butter, sugar, egg, flour, ground almonds, bicarbonate, cocoa and Guinness in a mixing bowl. Beat together until lump-free.
  2. Divide between the tins then bake for 20-25 mins until risen and a skewer poked in comes out clean. Cool for 15 mins, then remove from tins and cool completely – the same way up they baked, don’t turn upside-down.
  3. Whip cream with the icing sugar and splash of Champagne, if using, until thick. Spoon a dollop onto the top of each cake and dust with a touch of cocoa. If you want to fully honour traditions you can add green food colouring or green sprinkles to the topping.
  4. Serve with glasses of Champagne or Black Velvet (half fill Champagne flutes with Guinness, then slowly top them up with chilled Champagne).

Enjoy!

Sebbene la capitale del Giappone sia oggi Tokyo, per lungo tempo nei secoli passati la corte imperiale ha risieduto a Kyoto. Per questo motivo si può dire che, benché Tokyo – vera e propria metropoli con i suoi 10 milioni e più di abitanti – sia la capitale effettiva del Paese, il fulcro culturale del Giappone sia stato – e sia tuttora – proprio Kyoto. Da templi (più di 1600!) a castelli, da giardini a reliquari, le attrazioni che Kyoto offre sono molteplici: non è un caso che l’UNESCO abbia inserito questo sito nel Patrimonio dell’umanità. Lo stesso governo giapponese ha inserito quasi 200 tra questi monumenti tra Tesoro Nazionale, Importanti Proprietà Culturali e Luoghi di bellezza scenica. Si può dire che indubbiamente ciò che meraviglia maggiormente turisti e visitatori siano templi e castelli, residuo e frutto della tradizione religiosa – assolutamente varia, comprendente buddhismo e shintoismo – e guerriera del Giappone.

Tra tutti, ad ogni modo, spicca per bellezza e notorietà il Tempio di Kiyomizu, o Kiyomizudera (清水寺): nel 2007 esso è stato uno dei 21 dei finalisti durante la scelta delle 7 meraviglie del mondo moderno.

È un tempio buddhista indipendente, fondato nell’ VIII secolo.  Con i suoi oltre 18 metri di altezza, che garantiscono una vista meravigliosa dell’intera città, deve il proprio nome alla cascata presente all’interno del complesso: kiyomizu significa infatti “acqua pura”. Ha inoltre  due peculiarità: in una grotta sotterranea è custodita una pietra che, secondo la leggenda, è in grado di garantire qualsiasi desiderio. Vi sono poi altre 2 pietre: chi ad occhi chiusi riesca a percorrere il tragitto dall’una all’altra troverà il vero amore nella sua vita.

「清水の舞台から飛び降りる」, letteralmente “buttarsi dal palco del Kiyomizy”, è un espressione giapponese che equivale al nostro “tuffarsi nel fare qualcosa”. E non è un caso! Infatti a questo tempio è associata un’antica quanto bizzara usanza: a chiunque si fosse buttato dal palco del tempio (13 metri di altezza!) e fosse sopravvissuto sarebbe stato garantito l’esaudimento di un desiderio. Ma niente di troppo preoccupante: quasi il 90% dei salti ebbe un esito positivo!